Trovata la soluzione per fermare l’emigrazione siciliana. EVVIVA!

Quella dell’emigrazione è una piaga che in Sicilia, tra alti e bassi, si protrae dalla seconda metà dell’Ottocento. Forse dopo centocinquanta e più anni, finalmente, lo Stato italiano ha trovato la soluzione a questo atavico problema.

Leggo, infatti, che il presidente dell’ENAC, il “siciliano” Vito Riggio ha recentemente confermato una sua precedente dichiarazione in cui sosteneva che quattro aeroporti in Sicilia – cioè in un’isola, e non in una qualsiasi, ma in quella più grande del Mediterraneo e che si trova al suo centro geografico – siano troppi.

In più, Trenitalia ha deciso di tagliare ulteriormante i treni a lunga percorrenza con la soppressione,  dal 1° di ottobre, di un intercity che collegava la Sicilia alla capitale del nostro sempre amato Paese.

Ora voi, mi direte: E quindi quali fussi sta soluzioni contru a l’imigrazioni?

Semplice, impedire ai siciliani di poter materialmente uscire dalla Sicilia.

EVVIVA!

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Economia, Politica

I Fatti di Bronte

 

GARIBALDI IN SICILIA

Il 5 maggio 1860 Garibaldi con i Mille salpano da Quarto, presso Genova, e l’11 sbarcano a Marsala protetti da due navi da guerra inglesi in porto.

Il 14 maggio 1860 Garibaldi, a Salemi, si proclama Dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia.

Vince la battaglia di Calatafimi dopo un’illogica ritirata del meglio equipaggiato e numericamente superiore esercito borbonico che aveva quasi vinto la battaglia, e il 27 prende Palermo dopo che il generale borbonico Lanza, facendo di tutto per perdere, chiede l’armistizio. Il 20 luglio vince a Milazzo e si arrende anche Messina.

Incomincia a emanare proclami e decreti per ingraziarsi il popolino siciliano abolendo il titolo di Eccellenza e il baciamano, eliminando la tassa sul macinato, ma soprattutto concedendo le terre demaniali comunali a “chiunque si sarà battuto per la patria” e che “in caso di morte del milite, questo diritto apparterà all’erede”. Emanò anche un decreto in cui si puniva con la fucilazione chi commetteva omicidi.

Quella della ripartizione delle terre demaniali tra coloro che avevano posseduto usi civici era un problema antico. Le elites locali tendevano usurparle a danno degli aventi diritto.

A Bronte, in più, insisteva la Ducea di Nelson, un feudo di 25 mila ettari donato all’ammiraglio britannico, dai Borbone nel 1799, per averli aiutati a riottenere il trono di Napoli perso dopo la proclamazione della Repubblica Napolitana. Sarà proprio questa presenza a giocare un ruolo determinante su fatti di Bronte.

Quando i contadini di Bronte si ribellarono dal 2 al 5 agosto, e a seguito di altre rivolte in paesi confinanti con la Ducea, con numerosi dispacci, il console inglese intimava a Garibaldi di far rispettare la proprietà britannica e questi vi inviò il suo luogotenente Bixio che instaurò lo stato d’assedio e impose una punizione esemplare attraverso un processo farsa. I processati – che saranno poi dichiarati innocenti – vengono condannati e fucilati. Molti altri verranno trasferiti nel carcere di Catania in attesa di giudizio.

 

LA QUESTIONE DELLE TERRE DEMANIALI

Agli inizi dell’800 sia nel regno di Sicilia che in quello di Napoli viene abolito il feudalesimo.

Nel Regno di Sicilia ciò avveniva nel 1812 con una nuova costituzione liberale, approvata dal parlamento siciliano, sotto l’influenza inglese. I feudi divenivano proprietà degli ex feudatari che li avevano amministrati e venivano cancellati gli usi civici, cioè i diritti degli abitanti di una cittadina di utilizzare il territorio, ad esempio per raccogliere legna, per il pascolo.

Nel regno di Napoli, invece, nel 1806, la riforma – le cosiddette le leggi eversive della feudalità – fu imposta dal regime francese e confermate dopo il 1815 dal restaurato Regno borbonico che le applicò ex-novo alla Sicilia

La legge divideva i terreni ex feudali: una parte spettava ai comuni e l’altra agli ex feudatari in proprietà. In quella spettante ai comuni, questi, a loro volta, dovevano distribuirli in quote tra i poveri della comunità come rimborso per i perduti diritti d’uso (allevamento, legnatico, ecc.).

Per la legge dovevano essere i comuni a provare in giudizio che le popolazioni avessero esercitato diritti d’uso su ciascuno dei terreni ex feudali.

Spesso accadeva che la parte spettante al comune non veniva ridistribuita tra gli aventi diritto per due ragioni:

– le èlites locali, le mantenevano sotto il controllo del comune in modo da poterle gestire e arricchirsi;

– i segnali di confine venivano nel tempo spostati, i titoli di proprietà falsificati in modo da appropriarsi furtivamente di parte di terreni comunali.

Le amministrazioni erano paralizzate perché spesso gli usurpatori erano i membri dell’ èlites.

A Bronte la quetione era atavica e riguardava le terre dell’abbazia di Santa Maria di Maniace – già precedentemente (1491) inglobato, in maniera illegittima,  all’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, insieme ai cittadini, o meglio dire vassalli, brontesi – che Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia – che diventerà nel 1816 Ferdinando I delle Due Sicilie – aveva donato, nel 1799, all’ammiraglio britannico Horatio Nelson per i suoi servigi offerti ai reali borbonici durante  la parentesi della Repubblica Napolitana. In realtà, Nelson, aiutando i Borbone non faceva altro che gli interessi dell’Inghilterra.

Nella cittadina etnea esistevano due fazioni, i “comunisti” o comunali, cioè coloro che rivendicavano le terre comunali, e i “ducali”, coloro che difendevano i beni e gli interressi della ducea.

 

IL TUMULTO

Nella notte fra il primo e il 2 agosto, il paese venne bloccato da picchetti di popolani: i galantuomini erano in trappola dentro il paese.

La mattina del 2 scoppiò il tumulto con il popolo che si lasciò andare a saccheggi e atti violenti, che portarono all’uccisione di sedici galantuomini, che loro chiamavano “sorci” (nome che veniva dato ai borbonici).

Il Lombardo (capo della fazione dei “comunisti”) tentò di convincerli a fermarsi, ma non ci riuscì.

La mattina del giorno 4, sabato, giunsero gli aiuti che lo stesso avvocato Lombardo aveva chiesto alle autorità di Catania: ottanta militi della Guardia Nazionale comandati dal questo­re Gaetano De Angelis, ma questi si adattò al volere del popolo.

L’indomani giungeva a Bronte il colonnello Giuseppe Poulet con una compagnia di soldati. Si fermò fuori del paese, perchè la città era intorno difesa dalle squadre popo­lari.

L’arciprete e il Lombardo convinsero il popolo, promettendo giustizia, e riuscirono a far entrare pacificamente i soldati. Molti di coloro che avevano partecipato al tumulto se ne scapparono nei boschi e sui monti.

Giorno 6 arriva Bixio con due mila uomini, pone subito lo stato d’assedio, ordinando che vengano consegnate tutte le armi.

La mattina del 7 agosto si insediò il tribunale di guerra. Il 9, si celebrò il processo che dopo quattro ore condannava a morte, mediante fucilazione, Lombardo e altri quattro, tra cui una persona con problemi mentali.

Il 10 agosto i condannati vennero fucilati. Il pazzo però non venne colpito dai proiettili e chiese la grazia a Bixio e questi per tutta risposta ordinò all’ufficiale comandante il plotone di esecuzione di dargli il colpo di grazia, e quello gli sparò in testa.

C’erano tanti altri imputati e questi vennero trasferiti nel carcere di Catania in attesa di giudizio che arrivò il 12 agosto 1863 con una trentina di condannati: molti ebbero l’ergastolo, altri i lavori forzati e altri ancora la semplice reclusione. Qualcuno fu prosciolto.

 

CI FURONO COLPEVOLI?

La domanda che emerge sempre quando si parla dei Fatti di Bronte è se il colpevole fu Bixio o i rivoltosi.

Nel 1985 si celebrò un convegno-processo a carico di Nino Bixio, con storici, avvocati, magistrati e politici. Le conclusioni, giunte dopo due anni, furono di assoluzione sia per Bixio sia per i rivoltosi, in quanto entrambi furono vittime delle circostanze del momento. 

Il far giustiziare degli innocenti a mo’ di esempio per gli altri non mi sembra che significhi fare giustizia. Inoltre, il silenzio sulla vicenda mi pare sia un indizio di colpevolezza (se quanto accaduto non era da ritenere una vergogna, perché tenerlo nascosto?). E anche chi ne ha parlato per primo, cioè Verga nel 1882, lo ha fatto facendo omissioni e mistificazioni (omettendo di indicare la località, alcuni fatti e personaggi), proprio per difendere Bixio e il Risorgimento e per questo fu fortemente criticato da Sciascia negli anni ’60.

Ma forse le vere colpe sono da addebitare alle istituzioni che hanno decretato una “dannatio memoriae” su questa vicenda, come su molti fatti del risorgimento e sull’intera storia della Sicilia.

E come se non bastasse la mistificazione storiografica e letteraria italiana asservita al potere politico che doveva ribadire ad ogni costo il dogma di un’Italia “una e indivisibile”, oggi, che la politica è meno pervasiva – in seguito a “Mani pulite”, alla transizione dello Stato italiano in strutture sovra-statali, quale l’Unione Europea – e con l’avvento e diffusione di internet,  si è diffuso un revisionismo di stampo neoborbonico che, al pari della storiografia italiana, cancella e manipola la storia siciliana che è la storia di una nazione e di un popolo alla costante ricerca e mantenimento della propria indipendenza.

Lascia un commento

Archiviato in Storia

Del Giro d’Italia in Sicilia non me ne frega un CAS!

Tratta da AMnotizie.it

Oggi il Giro d’Italia – dopo decenni di assenza, in cui ha effettuato tappe in improbabili luoghi al di fuori dei confini dello Stato italiano – ha toccato il suolo della colonia Sicilia. I colonizzati culturali siciliani potranno così sollazzarsi e sentirsi anche loro un po’ italiani per qualche giorno e poter ribadire che non sono mafiosi. Anzi,  è stata una buona occasione – mentre degli ingenui bimbi siciliani sventolavano delle bandierine italiane che qualcuno (probabilmente il loro maestro di scuola) ha subdolamente messo nelle loro mani – anche per far digerire ai siciliani una “gustosa” polpetta avvelenata con Crocetta che in un’intervista ha dichiarato che ha intenzione di regalare – non è questo il termine da lui utilizzato, ma è questo il senso – il CAS (Consorzio Autostrade Siciliane) all’ANAS, nonostante l’Assemblea Regionale Siciliana abbia già tentato di bloccare tale autolesionistico provvedimento che comporterebbe, tra l’altro, il pagamento del pedaggio in tutte le autostrade siciliane.

Inoltre, Anas ha un debito nei confronti del CAS di circa 34 milioni di euro sancito, stando al Tg di Tirrenosat, dalla sentenza n.1760/15 dal tribunale di Roma. Una credito che il CAS sembrerebbe non abbia ancora preteso dall’Anas.

Come negli anni 60, sui Nebrodi si continua, a quanto pare, a gettare bocconi avvelenati, ma stavolta le vittime non sono volpi, lupi o grifoni, bensì i siciliani.

D’altronde, dopo che i proconsoli del potere italico in Sicilia hanno regalato allo Stato italiano e ai famelici “imprenditori” padani quasi tutte le nostre aziende e i nostri Istituti, ci vogliamo tirare indietro giusto ora? E che colonia siamo?

1 Commento

Archiviato in Attualità, Economia, Politica

Le Università siciliane sacrificano i siciliani sull’altare del capitalismo mondialista

 

Il 22 marzo, presso l’Università degli Studi di Palermo si terrà un campus di reclutamento ai fini lavorativi in cui neolaureati e i laureati degli Atenei siciliani, che si sono preventivamente registrati, potranno incontrare i responsabili delle risorse umane delle oltre 30 aziende.

L’iniziativa sembra interessante e utile per dare una possibilità di lavoro ai siciliani. Lo sembra perlomeno fino a quando non si va a guardare quali siano le aziende coinvolte. Si tratta, infatti, quasi esclusivamente di multinazionali o di aziende che non operano in Sicilia.

Parliamo di aziende qualo Lidl, Amazon, Siemens, Philip Morris Manufacturing&Technology Bologna, Italdesign, Previnet, Ducati, Fincantieri, Deloitte, KPMG, Capgemini, Sogei, Indra, TXT, Alten, Moviri, Key Partner, Double Consulting, Chiomenti Studio Legale, Allianz, Credem Banca, Alleanza Assicurazioni, Bricocenter, GS-Automation, e così via.

Se a ciò aggiungiamo i vari programmi di internazionalizzazione a cui gli atenei aderiscono – e che hanno come “obiettivo la creazione di uno Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore (EHEA – European Higher Education Area) che promuova la mobilità, accresca l’occupabilità, attragga studenti e docenti dall’Europa e da altre parti del mondo, e sia competitivo a livello internazionale” – viene naturale pensare che le Università siciliane stiano solo fomentando l’emigrazione dei siciliani, e ciò magari solamente per scalare qualche posto nelle ridicole classifiche del Sole24ore o in quelle ministeriali per racimolare qualche finanziamento.

Svuotare la Sicilia dei suoi abitanti e offrirli in pasto al capitalismo mondialista o offrire l’intera Sicilia, permettendo ad aziende non siciliane di penetrare nel mercato isolano – perché alla fine buona parte di queste aziende cerca solo commerciali (e non serve la Laurea) – creando così un danno alle aziende siciliane e quindi alla nostra economia, è dunque questo il compito delle Università siciliane? E’ questo il compito della politica?

Chissà. Di certo questo è il destino che tocca alla Sicilia sotto il domino italico.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Economia, Politica

Per Giuliano Cazzola “la Sicilia non è Italia”

Giuliano Cazzola

Il politico ed economista Giuliano Cazzola, nella puntata di Di Martedi del 28 febbraio 2017, sul tema delle baby-pensioni e dei vitalizi, rispondeva con fare sprezzante al direttore del Tg4 Mario Giordano che prendeva l’esempio di parlamentari della Regione Siciliana, con la frase “Vabbè, ma tu prendi sempre l’esempio della Sicilia. La Sicilia non è Italia”, tanto da portare il conduttore ad invitare a moderare i toni.

Devo dire che da un lato non posso dare torto a Cazzola nel sostenere che la Sicilia non sia italia, e da parte mia non c’è né orgoglio né vittimismo, ma solo una constatazione dovuta alla conoscenza della storia della Sicilia e dell’italia (di cui in ogni caso dubito di una reale esistenza).

Sbaglia il nostro Cazzola quando la suddetta affermazione la sostiene, intanto, con un tono razzista, ma poi anche per far credere sia che i siciliani siano incapaci e farabbutti, sia che i misfatti compiuti dai parlamentari siciliani non riguardino lo Stato italiano.

Lo riguardano eccome visto che l’intera Assemblea Regionale Siciliana è occupata da partiti italiani. I “nostri”deputati regionali sono espressione della politica italiana. Essi eseguono gli ordini provenienti dalle segreterie di partito che non mi pare si trovino in Sicilia né puntano ad una centralità politica della Sicilia.

Qualcuno potrà sostenere allora: ma se nel parlamento siciliano ci sono solo venduti, vuol dire che ciò fa parte della natura dei siciliani. No, i siciliani non sono dei venduti, nonostante ce ne siano come in ogni parte del mondo.

In realtà, il motivo sta nel fatto che i partiti italiani vanno alla precisa ricerca dei siciliani che non hanno scrupoli e sono pronti a vendersi, facendogli fare carriera politica se adempiono in maniera egregia al compito di andare contro gli interessi della Sicilia. Gli onesti, o coloro che cercano di difendere gli interessi dell’Isola, vien da sé che non hanno alcuna possibilità di trovare spazio nei partiti italiani.

Il solito qualcuno potrà obiettare: ma allora i siciliani sono proprio degli stupidi se non capiscono questo giochetto. No, i siciliani non sono degli stupidi, nonostante ce ne siano come in ogni parte del mondo.

In realtà, i siciliani sono semplicemente plagiati da un sistema scolastico, dei media e dell’informazione che fa diventare il punto di vista italiano (cioè del nord), la prospettiva e la visione valida per l’intero Stato. Così, ad esempio, i siciliani gioiranno per la realizzazione di un traforo nelle Alpi (fatto anche con i loro soldi), nonostante ciò significhi una marginalizzazione della Sicilia.

Se i mezzi d’informazione dicono che dobbiamo guardare all’Europa, i siciliani lo ripeteranno  convinti  che sia il bene per loro. Anche se ciò comporta un danno per la Sicilia che perde così la sua dimensione e la sua centralità mediterranea.

Se la scuola martella sin da bambini con la storiella che la Sicilia prima dell’Unità era povera ed analfabeta e da sola non andrebbe da nessuna parte o sarebbe governata dalla mafia, i siciliani porteranno con sé quel senso di soggezione e sudditanza che gli impedirà di far valere le proprie ragioni.

Mentre sto scrivendo, su La 7, a La Gabbia, si parla nuovamente di vitalizi e pensioni di parlamentari e consiglieri regionali citando esempi nel Trentino e nella Valle d’Aosta, ma stavolta Cazzola, che è presente, non dice “Vabbè, ma è il Trentino…”. Giordano, anch’egli presente, invece, insiste sul parlamentare della Regione Siciliana.

Vabbè, è l’italia.

PS

A proposito, ma di queste palme in piazza Duomo a Milano, ne vogliamo parlare?

Lascia un commento

Archiviato in Politica

Con la ZES di Siciliani Liberi la Sicilia diventerà una “buttana”

Le buttane

Credo sia giunto il momento di occuparci della proposta ritenuta dai suoi fautori utile “per trovare una soluzione alla storica Questione Siciliana”. Visto che il movimento che la propone – Siciliani Liberi – si autodefinisce indipendentista, qualcuno potrebbe pensare che dunque tale proposta – che invita addirittura alla mobilitazione popolare con una raccolta firme – riguardi finalmente l’ottenimento dell’indipendenza. E, invece, no, si tratta solo dell’istituzione della ZES in Sicilia, o meglio (o peggio) della trasformazione dell’intera Sicilia in ZES.

Ma cosa sarà mai questa panacea a tutti i mali della Sicilia?

Intanto, diciamo che ZES è l’acronimo di Zone Economiche Speciali, in inglese Special Economic Zones. Esse nascono nel 1978 nella Repubblica Popolare Cinese con la cosiddetta “politica della porta aperta”.

Possono essere definite come “enclavi nel territorio dello Stato, all’interno delle quali lo Stato garantisce agli investitori ivi residenti particolari agevolazioni economiche e fiscali e condizioni amministrative e infrastrutturali adeguate”.

Le zone economiche speciali “hanno la funzione di creare un ambiente favorevole all’insediamento di imprese straniere con l’obiettivo di sviluppare particolari settori economici e industriali”.

Le imprese estere che investono all’interno delle ZES in Cina, ad esempio, ricevono “agevolazioni dal punto di vista fiscale (detassazioni, “vacanze fiscali”, contributi); sui prezzi delle materie prime ivi utilizzate ai fini industriali (acqua, elettricità ecc.) e sui canoni di affitto o sui prezzi di acquisto dei terreni o degli edifici; fornitura di infrastrutture stradali, ferroviarie, collegamenti con porti ed aeroporti a carico dei paesi ospitanti; in materia di prestiti e sovvenzioni finanziarie; nonché un costo della manodopera molto basso – anche se a volte superiore alla media dei salari corrisposti nel paese ospitante ed infine, elemento che spesso e sulle lunghe risulta essere ancora più incisivo dei salari, l’assenza di organizzazioni sindacali o comunque non autonome e conflittuali”.

In Cina, le ZES, hanno avuto la funzione di testa di ponte per far espandere in tutto il paese una politica e uno stile di vita liberista, tanto da essere state definite “laboratori del capitalismo”. Oggi, che i meccanismi e i privilegi che caratterizzavano le prime ZES sono applicati anche in tutte le altre aree, e con l’accesso dell’ex impero Celeste al WTO, esse non hanno ormai più motivo di esistere.

Le ZES le ritroviamo anche in Russia dove sono state istituite nel 2005. Come in Cina, gli investitori stranieri godono di vantaggi di carattere fiscali, doganali, immobiliari e amministrativi. Qui, sono state suddivise in quattro categorie: le zone economiche speciali industriali-produttive, quelle tecnico-innovative, le turistico-ricreative, e le zone economiche speciali portuali.

Se le agevolazioni delle ZES, come detto, sono rivolte agli stranieri, allo stesso tempo per poterne usufruire è necessario ottenere la residenza all’interno di esse.

In Russia, l’investitore straniero, ma anche quello russo, che intende acquisire lo status di residente in una ZES deve stipulare un accordo con la Federazione russa e con un ente che gestisce le zone economiche speciali. All’investitore, soggetto ad un investimento minimo d’entrata, sarà garantito il mantenimento delle condizioni agevolate, contro eventuali cambiamenti in peius della normativa, per tutta la durata dell’accordo.

Sembrerebbe che ormai in Asia le varie nazioni facciano a gara per strappare contratti alle grandi multinazionali, in cambio di tangenti, con una corsa quindi a ribasso su affitti, salari, regole lavorative e pressione fiscale.

La giornalista Naomi Klein, nel suo libro “No logo”, si è occupata delle “zone industriali di esportazione”, o “export processing zones” (EPZ) in inglese, cioè delle ZES ma territorialmente più ridotte, dove sorgono giganteschi agglomerati di fabbriche che lavorano come appaltatrici o sub-appaltatrici delle multinazionali.

L’inchiesta, in particolare, si concentra sulla EPZ di Cavite, periferia della città filippina di Rosario. Si tratta di una zona recintata di 682 acri, con 207 fabbriche che occupano circa 50.000 lavoratori, e vengono svolti lavori per Nike, Gap, Old Navy e altre grandi multinazionali.

Nonostante l’obiettivo fosse di produrre ricchezza nei paesi dove vengono stabilite le EPZ, si capisce subito che esse siano solo una copertura dal fatto che nonostante la grande quantità di merce assemblata nelle fabbriche, la città di Rosario non riesce a fornire alla sua cittadinanza nemmeno i servizi sociali minimi, quali fogne, elettricità, scuole moderne, ecc.

“Succede che arrivano enormi quantità di materiale dalle multinazionali straniere e non pagano tasse d’ingresso, vengono lavorate senza pagare oneri per i relativi guadagni, infine rispedite senza spese per l’uscita, senza contare che nemmeno per la proprietà dei capannoni vengono versati denari”.

Anche allo scadere del contratto le ditte non pagano nulla perchè chiudono e riaprono con un altro nome ricominciando a godere delle agevolazioni fiscali.

Credo che non sia un caso che ZES o EPZ siano sinonimo di progresso, sviluppo, investimenti, crescita del Pil e occupazione. Ma allo steso tempo di inquinamento, degrado degli ecosistemi locali e devastazione ambientale, oltre che di sfruttamento della manodopera.

Alla luce di quanto detto, se già l’istituzione di una qualche ZES, limitata territorialmente e circoscritta a specifici settori produttivi, dovrebbe essere motivo di preoccupazione, la proposta di rendere l’intera Sicilia una ZES, come sostiene il movimento di Massimo Costa, dovrebbe farci rabbrividire.

La proposta di Costa è emblematica della sua concezione economica e geopolitica, ma anche della sua visione concettuale, della Sicilia. Nella proposta, non a caso viene preso come esempio la prima FTZ (Free Trade Zones) – un modello simile alla ZES al cui interno le merci potevano circolare liberamente – creata da uno Stato europeo, vale a dire Madeira, piccola isola atlantica facente parte del Portogallo.

Essa, fu istituita nel 1980 a causa della posizione ultra periferica e per le particolari condizioni socio-economiche dell’isola.

La Sicilia viene ritenuta marginale e svantaggiata in quanto isola e quindi bisognosa di aiuti, sovvenzioni e defiscalizzazioni e che l’Unione Europea concede a queste aree insulari. La geografia, però, è soggettiva ed è legata al potere politico ed economico. Se la Sicilia è marginale, non lo è in quanto isola, ma perchè ha perso la sua centralità politica e i suoi abitanti hanno smarrito la visione siculocentrica di ombelico del mondo.

Inoltre, nella petizione troviamo scritto che “nessuna altra risposta unitaria è possibile, se non quella della ZES”. Quindi la ZES sarebbe un modo per evitare l’indipendenza. Menomale che si definisce indipendentista, pensate se avesse affermato di essere un unitarista.

Non credo basti dire che un giorno lontano la Sicilia dovrà essere indipendente per potere essere considerati indipendentisti, soprattutto se poi leggiamo che “la costituzione della ZES, quindi, non è – se non solo formalmente – altra cosa rispetto all’attuazione dello Statuto” e che “una volta ratificata dall’Unione Europea, rappresenta quindi una sorta di sua attuazione postuma, fortificata dal maggiore rango delle norme europee rispetto alle fonti di diritto interno”.

Mi sembra il gioco delle tre carte, e segna uno scarto non trascurabile e non omissibile tra una posizione indipendentista e una autonomista.

Al di là di questo, in realtà, c’è un’altra grossa e più importante differenza da rilevare ed è quella tra ZES e Statuto autonomo.

Come, credo, abbiamo capito, le ZES hanno lo scopo di attrarre capitali esteri al fine di produrre, assemblare e confezionare merci da esportare. Per fare ciò devono porre delle condizioni prestabilite in modo tale che l’investitore possa farsi i suoi conti e vedere se gli conviene investire. E difatti nella proposta di Siciliani Liberi queste condizioni sono già previste.

Se con lo Statuto i vari governi regionali e i parlamenti eletti dal popolo siciliano hanno, con l’art. 36, la potestà di determinare la quantità e la qualità della tassazione all’interno della Regione Siciliana, con la ZES Sicilia ciò non potrà più essere possibile in quanto già determinata. Ciò pone quindi un problema di sovranità e di democrazia.

Se come in Russia poi per ottenere le agevolazioni bisogna essere residenti nelle ZES, e solo per la durata del contratto, con una Sicilia totalmente ZES ciò significa degradare il senso di cittadinanza e di popolo siciliano.

Fare diventare la Sicilia una ZES oltre a farne, scusate il termine, una “buttana” che si prostituisce per necessità, significa creare una sorta di riserva indiana in cui gli abitanti diverranno merce e strumento ad uso e consumo del capitalismo mondiale.

FONTI

– Le zone economiche speciali in Russia

https://www.academia.edu/9620750/Le_zone_economiche_speciali_in_Russia_pp._13-14

– Investire in Russia. Guida per gli operatori italiani

http://www.ambmosca.esteri.it/ambasciata_mosca/resource/doc/2016/03/investire_in_russia.pdf

– L’attualità della Cina tra riforme economiche e nuova composizione di classe

http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=671

– Free Zone: un modello di sviluppo entro i limiti comunitari

http://www.fiscooggi.it/dal-mondo/articolo/free-zone-modello-sviluppoentro-limiti-comunitari-1

– Le zone industriali di esportazione (EPZ): le nuove forme di schiavismo

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18782

– Cina – Le Zone Economiche Speciali di Shenzhen, Xiamen e Zhuhai

http://www.plancameral.org/ishare-servlet/content/6e6b3c5c-8b40-4629-a620-c9246ca47e3b

– Le ZES sotto osservazione

http://www.agichina.it/focus/notizie/le-zone-economiche-speciali-sotto-osservazione

– Disegno di Legge d’iniziativa del Consiglio regionale della Calabria N. 894. Istituzione di una Zona Economica Speciale nel distretto logistico-industriale della Piana di Gioia Tauro

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/705440/00705440.xml

– Siciliani Liberi lancia il progetto ZES: zona economica speciale

http://www.sicilianiliberi.org/it/229-siciliani-liberi-lancia-il-progetto-zes-zona-economica-speciale.html

– Petizione per la Sicilia Zona Economica Speciale

http://www.sicilianiliberi.org/images/ZES/Petizione-ZES.pdf

 

Lascia un commento

Archiviato in Economia, Politica

Cari investitori indiani, ci spiace ma siamo colonizzati – Lettera aperta al Dott. Mahesh Panchavaktra, imprenditore che vuole realizzare un hub aeroportuale nella Valle del Mela

blog-voluntas-immagine

Cari investitori indiani, ci spiace ma siamo colonizzati.

Lettera aperta al Dott. Mahesh Panchavaktra, imprenditore che vuole realizzare un hub aeroportuale nella Valle del Mela

Sicilia, 07 gennaio 2017

Gentile Dott. Panchavaktra, lei è venuto sin dal suo lontano paese per sponsorizzare il suo progetto imprenditoriale, ma prima di partire, anzi appena si è fatto venire in mente l’idea di un hub transcontinentale in Sicilia, e in particolare nel messinese, avrebbe dovuto studiare un po’ di storia della Sicilia (non però dai libri italiani).

I due nostri paesi – il suo, l’India, e il mio, la Sicilia – hanno vissuto delle vicende per certi versi similari. Entrambi hanno una storia e una cultura plurimillenaria, ma negli ultimi secoli hanno subito la colonizzazione straniera: voi quella inglese, e noi – dopo una breve parentesi borbonica che però ha cancellato giuridicamente il nostro Stato – quella politico-economico-culturale italiana (in realtà non esiste una nazione italiana; mi sto riferendo, dunque, alla parte settentrionale dell’attuale Stato italiano).

Entrambi abbiamo lottato per liberarci da chi ci succhiava il sangue dalle vene, e lo abbiamo fatto anche nello stesso periodo, cioè durante la seconda guerra mondiale. Qui, però, le somiglianze storiche dei nostri due paesi terminano. Mentre voi siete riusciti ad ottenere l’indipendenza nel 1947, a noi, invece, è mancato il guizzo finale, riuscendo ad ottenere, nel 1946, solamente uno statuto di autonomia, concesso per giunta in malafede proprio per stroncare le spinte indipendentistiche che agitavano all’epoca, come tante altre volte in passato, l’intera Sicilia. Uno statuto nato con quelle premesse non poteva avere fortuna, e  difatti si è rivelato deleterio per noi.

Se avesse studiato  la storia si sarebbe risparmiato tempo e denaro perché avrebbe capito da sé che non è permesso investire in una colonia. Ma anche senza studiare, qualche dubbio che qualcosa non andava se lo sarebbe dovuto porre. Noi siamo la più grande isola del Mediterraneo – luogo di scambi per antonomasia – e siamo posti al suo centro geografico. Non le suona strano il fatto che fino ad oggi nessuno abbia realizzato quello che a lei è venuto in mente?

Anche i cinesi avevano avuto un’idea simile alla sua da realizzare però in provincia di Enna, ma in quel caso, a bloccare tutto, oltre ai nostri colonizzatori italiani, si sono aggiunti anche quelli statunitensi per questioni geopolitiche internazionali.

Se fossimo stati uno Stato indipendente, gentile Dott. Panchavaktra, l’hub transcontinentale ce lo saremmo costruiti da soli, tanti anni fa, e non solo per gli scambi con l’Oriente. E lo avremmo fatto pure con soldi pubblici perché le grandi infrastrutture, specie di questo tipo, sono strategiche per uno Stato. Invece, essendo la Sicilia una colonia dello Stato italiano (cioè del nord), deve sperare in un privato e anche straniero. Sia ben inteso, è il benvenuto chiunque possa e voglia aiutare questa nostra martoriata terra.

Mentre il presidente dell’Enac, Vito Riggio (anagraficamente siciliano ma che fa gli interessi italiani, un po’ come quegli indiani che lavoravano per gli inglesi), per la seconda volta, con fare stizzito, si è affrettato a bocciare il suo progetto – sostenendo che la Sicilia non ha bisogno di un altro aeroporto in quanto le nostre esigenze sono più che soddisfatte da quelli esistenti (affermazione che avrebbe fatto perdere la calma anche al suo illustre connazionale Gandhi), e che il territorio non sarebbe in grado di sostenerlo – i nostri colonizzatori, l’hub, con i soldi pubblici (e quindi anche quelli dei colonizzati siciliani), se lo sono fatti a Malpensa, in Lombardia. Hanno speso – e continuano a farlo – un sacco di soldi per fare un’opera che già in fase di concepimento si riteneva inutile e senza una logica economica, e infatti è attanagliata da continui problemi di sostenibilità finanziaria.

Nell’area dove lei, gentile Dott. Panchavaktra, vuole realizzare la sua infrastruttura, avrà sicuramente notato la presenza di una raffineria. Ecco, quello è uno dei tanti simboli della colonizzazione italiana in Sicilia, che va ad aggiungersi a ferrovie ad un solo binario e spesso non elettrificate, a strade di epoca ottocentesca e forse pure più antiche, autostrade pericolosissime, etc. etc.

Quella raffineria, così come le altre presenti in Sicilia, sono state realizzate dai nostri colonizzatori per poter usufruire di greggio gratuitamente. Per realizzare quella di Milazzo, con la scusa del progresso e dei posti di lavoro (qualche centinaio e spesso offerti a non siciliani), è stata distrutta l’agricoltura praticata nella piana milazzese e che esportava grandi quantità di ortaggi (e quella sì che creava economia locale!). Come se non bastasse quell’impianto ha creato non pochi problemi di salute agli abitanti della zona. Ma la cosa bella sa qual è? È che essa è stata realizzata preferendola alla costruzione di un aeroporto.

Credo di essermi dilungato troppo. Per concludere, gentile Dott. Panchavaktra, ci spiace ma siamo colonizzati e dunque costretti a declinare la sua offerta. Dovremmo dispiacerci maggiormente però per la nostra condizione, e quella in cui costringiamo i nostri figli, indotti, nella “migliore” delle ipotesi, ad emigrare. Le posso garantire, però, che non è solo colpa nostra. Ci si può ribellare ad una colonizzazione politica, ad una colonizzazione economica – e lo abbiamo fatto tanto volte nella nostra storia – ma di fronte ad una colonizzazione che è anche culturale non vi sono molte possibilità di salvezza.

Questo è quanto mi sentivo di dirle.

Con rispetto.

Voluntas Siculorum

(blog che diffonde il punto di vista siciliano)

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Economia, Politica, Storia

“Le banche siciliane sono state distrutte”. Parola del presidente della Fondazione Curella

giornata-economia-mezzogiorno

Foto tratta da Palermomania.it

 

“Le banche siciliane sono state distrutte, a parte la Banca Popolare Sant’Angelo e la Popolare di Ragusa, che lavorano in house, tutte le altre sono state date via, la realtà la conosciamo tutti. Quelle che abbiamo sul territorio e che riportano il nome Sicilia, di Sicilia hanno poco e niente. Speravamo che la situazione potesse cambiare e invece non è cambiato nulla. Il sistema creditizio ha bisogno di grandi, medie e piccole aziende. Oggi bisogna ripensare al credito in Sicilia per consentire al sistema delle aziende di poter continuare ad avere accesso al credito per un sostegno concreto e efficace”.

Sono queste le durissime accuse lanciate del professore Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella,  all’interno della IX edizione de Le Giornate dell’Economia del mezzogiorno tenutesi a Palermo.

Il presidente del centro di ricerche economiche dà per scontato che tutti sappiano il motivo per cui, a parte qualche caso sporadico, siamo rimasti senza banche. In realtà non è così. Buona parte delle persone ritiene che non esistano più perchè non sono riuscite a  stare al passo con i tempi, e addirittura c’è che pensa che la Sicilia non abbia mai avuto banche proprie. Non c’è da stupirsi, questo è il risultato della rappresentazione data dai mezzi d’informazione italiani. Stupisce, invece, che il prof. Busetta abbia pensato che “la situazione potesse cambiare”. Fin quando non riacquisteremo la nostra indipendenza e continueremo faremo a fare parte di uno Stato che ha distrutto le nostre banche, così come la nostra intera economia, la nostra storia e la nostra dignità, la situazione non potrà di certo cambiare.

Per chi volesse sapere come le nostre banche sono state distrutte può leggersi l’articolo “Come i siciliani persero le proprie banche“.

Lascia un commento

Archiviato in Economia, Politica, Storia

Protestare contro il singolo governo italiano è limitante

Repubblica siciliana

Ancora una volta i giovani siciliani hanno assaggiato i manganelli delle forze di polizia italiane. Infatti, dopo gli studenti catanesi, oggi è toccato a quelli palermitani. In entrambe le situazioni le proteste erano indirizzate all’attuale presidente del Consiglio e alle sue politiche.

E’ risaputo, storicamtente, che la Sicilia ha sofferto quando la centralità dello Stato non si trovava nell’Isola (ad esempio a partire dall’avvento della dinastia Trastamara in poi), esprimendo, invece, tutte le proprie potenzialità quando le istituzioni statuali erano in Sicilia e le scelte politiche dei governanti erano orientate a difendere gli interessi siciliani (ad esempio, sotto le dinastie Altavilla o Hohenstaufen).

Questo non significa che anche nei periodi di maggior splendore non vi fossero situazioni di tensione o che il benessere fosse diffuso a tutto il popolo; ma d’altronde dove non è mai stato così? Prendiamo, ad esempio, oggi gli  USA, nonostante siano la maggior potenza mondiale, si riscontrano al proprio interno forti squilibri e diseguaglianze. Altrettanto si può dire dell’altra potenza in ascesa: la Cina.

Quello che manca, dunque, alla Sicilia è l’esistenza del proprio Stato e la propria centralità politica; di conseguenza ogni battaglia che i siciliani portano avanti contro le le politiche di un singolo governo straniero è effimera, limitata e limtante.

I siciliani devono, quindi, ricostituire il proprio Stato e riappropriarsi della propria centralità politica; tutto il resto è tempo perso, e si sa che il tempo è denaro, ma nel nostro caso c’è in gioco qualcosa di più grande: la sopravvivenza stessa del popolo siciliano.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità, Politica, Storia

“Sicilia 2030”. Il bluff dell’Isola che non c’è, o degli ascari che invece ci sono?

Immagine tratta da blogtaormina.it

Immagine tratta da blogtaormina.it

Ho cliccato su un articolo de “LaSicilia.it” attratto dal titolo “Il bluff dell’Isola che non c’è ma 2 siciliani su 3 la adorano” ritenendo che trattasse l’argomento di come i siciliani nonostante tutto (la crisi nera economica e politica dovuta alla colonizzazione italiana e alla globalizzazione) adorino visceralmente, e direi quasi venerino religiosamente, la Sicilia.
In effetti, l’inizio segue questa narrazione sennonchè ad un tratto vengono citati tutta una serie di personaggi, una cricca di antisiciliani accuratemente selezionati dai centri di potere italiani, rinuiti a Taormina in un progetto chiamato “Sicilia 2030 – Un lavoro comune, un compito per ciascuno”.

Vengono i brividi già solo a leggere i nomi dell’organizzatore (Fondazione “De Gasperi” di Angelino Alfano) e dei relatori di questo seminario, ma ancor di più vengono nel leggere le loro proposte “in favore” della Sicilia.

Si va da un Gianpiero D’Alia secondo cui «La Sicilia ha preferito approvvigionarsi dallo Stato e recepire la legislazione, anziché fare riforme strutturali a costo zero» (peccato che sia lo Stato ad essersi incostituzionalmente “approvvigionato” dai siciliani), passando per il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, asserente che «L’autonomia è evaporata, i cambiamenti non si fanno più per legge. Anzi, all’Ars meno leggi si fanno e meglio è», senza dimenticare il sottosegretario Simona Vicari che insiste con il Ponte, a cui fa eco Nico Torrisi, vicepresidente nazionale di Federalberghi e neo-AD di Sac (Società Aeroporto Catania), secondo cui «va fatto e basta, perché arrivare in Sicilia è diventata roba da ricchi». E lo dice l’AD della Sac (Sic!).

Queste sono, dunque, alcune delle proposte italiane per la Sicilia che vengono fuori da questo seminario – definito dall’articolista “un compendio lucidissimo della Sicilia” (brrr) – questo è ciò che ci aspetta, ma questo è anche ciò che ci meritiamo?

Lascia un commento

Archiviato in Politica