Del Giro d’Italia in Sicilia non me ne frega un CAS!

Tratta da AMnotizie.it

Oggi il Giro d’Italia – dopo decenni di assenza, in cui ha effettuato tappe in improbabili luoghi al di fuori dei confini dello Stato italiano – ha toccato il suolo della colonia Sicilia. I colonizzati culturali siciliani potranno così sollazzarsi e sentirsi anche loro un po’ italiani per qualche giorno e poter ribadire che non sono mafiosi. Anzi,  è stata una buona occasione – mentre degli ingenui bimbi siciliani sventolavano delle bandierine italiane che qualcuno (probabilmente il loro maestro di scuola) ha subdolamente messo nelle loro mani – anche per far digerire ai siciliani una “gustosa” polpetta avvelenata con Crocetta che in un’intervista ha dichiarato che ha intenzione di regalare – non è questo il termine da lui utilizzato, ma è questo il senso – il CAS (Consorzio Autostrade Siciliane) all’ANAS, nonostante l’Assemblea Regionale Siciliana abbia già tentato di bloccare tale autolesionistico provvedimento che comporterebbe, tra l’altro, il pagamento del pedaggio in tutte le autostrade siciliane.

Inoltre, Anas ha un debito nei confronti del CAS di circa 34 milioni di euro sancito, stando al Tg di Tirrenosat, dalla sentenza n.1760/15 dal tribunale di Roma. Una credito che il CAS sembrerebbe non abbia ancora preteso dall’Anas.

Come negli anni 60, sui Nebrodi si continua, a quanto pare, a gettare bocconi avvelenati, ma stavolta le vittime non sono volpi, lupi o grifoni, bensì i siciliani.

D’altronde, dopo che i proconsoli del potere italico in Sicilia hanno regalato allo Stato italiano e ai famelici “imprenditori” padani quasi tutte le nostre aziende e i nostri Istituti, ci vogliamo tirare indietro giusto ora? E che colonia siamo?

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Le Università siciliane sacrificano i siciliani sull’altare del capitalismo mondialista

 

Il 22 marzo, presso l’Università degli Studi di Palermo si terrà un campus di reclutamento ai fini lavorativi in cui neolaureati e i laureati degli Atenei siciliani, che si sono preventivamente registrati, potranno incontrare i responsabili delle risorse umane delle oltre 30 aziende.

L’iniziativa sembra interessante e utile per dare una possibilità di lavoro ai siciliani. Lo sembra perlomeno fino a quando non si va a guardare quali siano le aziende coinvolte. Si tratta, infatti, quasi esclusivamente di multinazionali o di aziende che non operano in Sicilia.

Parliamo di aziende qualo Lidl, Amazon, Siemens, Philip Morris Manufacturing&Technology Bologna, Italdesign, Previnet, Ducati, Fincantieri, Deloitte, KPMG, Capgemini, Sogei, Indra, TXT, Alten, Moviri, Key Partner, Double Consulting, Chiomenti Studio Legale, Allianz, Credem Banca, Alleanza Assicurazioni, Bricocenter, GS-Automation, e così via.

Se a ciò aggiungiamo i vari programmi di internazionalizzazione a cui gli atenei aderiscono – e che hanno come “obiettivo la creazione di uno Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore (EHEA – European Higher Education Area) che promuova la mobilità, accresca l’occupabilità, attragga studenti e docenti dall’Europa e da altre parti del mondo, e sia competitivo a livello internazionale” – viene naturale pensare che le Università siciliane stiano solo fomentando l’emigrazione dei siciliani, e ciò magari solamente per scalare qualche posto nelle ridicole classifiche del Sole24ore o in quelle ministeriali per racimolare qualche finanziamento.

Svuotare la Sicilia dei suoi abitanti e offrirli in pasto al capitalismo mondialista o offrire l’intera Sicilia, permettendo ad aziende non siciliane di penetrare nel mercato isolano – perché alla fine buona parte di queste aziende cerca solo commerciali (e non serve la Laurea) – creando così un danno alle aziende siciliane e quindi alla nostra economia, è dunque questo il compito delle Università siciliane? E’ questo il compito della politica?

Chissà. Di certo questo è il destino che tocca alla Sicilia sotto il domino italico.

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Per Giuliano Cazzola “la Sicilia non è Italia”

Giuliano Cazzola

Il politico ed economista Giuliano Cazzola, nella puntata di Di Martedi del 28 febbraio 2017, sul tema delle baby-pensioni e dei vitalizi, rispondeva con fare sprezzante al direttore del Tg4 Mario Giordano che prendeva l’esempio di parlamentari della Regione Siciliana, con la frase “Vabbè, ma tu prendi sempre l’esempio della Sicilia. La Sicilia non è Italia”, tanto da portare il conduttore ad invitare a moderare i toni.

Devo dire che da un lato non posso dare torto a Cazzola nel sostenere che la Sicilia non sia italia, e da parte mia non c’è né orgoglio né vittimismo, ma solo una constatazione dovuta alla conoscenza della storia della Sicilia e dell’italia (di cui in ogni caso dubito di una reale esistenza).

Sbaglia il nostro Cazzola quando la suddetta affermazione la sostiene, intanto, con un tono razzista, ma poi anche per far credere sia che i siciliani siano incapaci e farabbutti, sia che i misfatti compiuti dai parlamentari siciliani non riguardino lo Stato italiano.

Lo riguardano eccome visto che l’intera Assemblea Regionale Siciliana è occupata da partiti italiani. I “nostri”deputati regionali sono espressione della politica italiana. Essi eseguono gli ordini provenienti dalle segreterie di partito che non mi pare si trovino in Sicilia né puntano ad una centralità politica della Sicilia.

Qualcuno potrà sostenere allora: ma se nel parlamento siciliano ci sono solo venduti, vuol dire che ciò fa parte della natura dei siciliani. No, i siciliani non sono dei venduti, nonostante ce ne siano come in ogni parte del mondo.

In realtà, il motivo sta nel fatto che i partiti italiani vanno alla precisa ricerca dei siciliani che non hanno scrupoli e sono pronti a vendersi, facendogli fare carriera politica se adempiono in maniera egregia al compito di andare contro gli interessi della Sicilia. Gli onesti, o coloro che cercano di difendere gli interessi dell’Isola, vien da sé che non hanno alcuna possibilità di trovare spazio nei partiti italiani.

Il solito qualcuno potrà obiettare: ma allora i siciliani sono proprio degli stupidi se non capiscono questo giochetto. No, i siciliani non sono degli stupidi, nonostante ce ne siano come in ogni parte del mondo.

In realtà, i siciliani sono semplicemente plagiati da un sistema scolastico, dei media e dell’informazione che fa diventare il punto di vista italiano (cioè del nord), la prospettiva e la visione valida per l’intero Stato. Così, ad esempio, i siciliani gioiranno per la realizzazione di un traforo nelle Alpi (fatto anche con i loro soldi), nonostante ciò significhi una marginalizzazione della Sicilia.

Se i mezzi d’informazione dicono che dobbiamo guardare all’Europa, i siciliani lo ripeteranno  convinti  che sia il bene per loro. Anche se ciò comporta un danno per la Sicilia che perde così la sua dimensione e la sua centralità mediterranea.

Se la scuola martella sin da bambini con la storiella che la Sicilia prima dell’Unità era povera ed analfabeta e da sola non andrebbe da nessuna parte o sarebbe governata dalla mafia, i siciliani porteranno con sé quel senso di soggezione e sudditanza che gli impedirà di far valere le proprie ragioni.

Mentre sto scrivendo, su La 7, a La Gabbia, si parla nuovamente di vitalizi e pensioni di parlamentari e consiglieri regionali citando esempi nel Trentino e nella Valle d’Aosta, ma stavolta Cazzola, che è presente, non dice “Vabbè, ma è il Trentino…”. Giordano, anch’egli presente, invece, insiste sul parlamentare della Regione Siciliana.

Vabbè, è l’italia.

PS

A proposito, ma di queste palme in piazza Duomo a Milano, ne vogliamo parlare?

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Con la ZES di Siciliani Liberi la Sicilia diventerà una “buttana”

Le buttane

Credo sia giunto il momento di occuparci della proposta ritenuta dai suoi fautori utile “per trovare una soluzione alla storica Questione Siciliana”. Visto che il movimento che la propone – Siciliani Liberi – si autodefinisce indipendentista, qualcuno potrebbe pensare che dunque tale proposta – che invita addirittura alla mobilitazione popolare con una raccolta firme – riguardi finalmente l’ottenimento dell’indipendenza. E, invece, no, si tratta solo dell’istituzione della ZES in Sicilia, o meglio (o peggio) della trasformazione dell’intera Sicilia in ZES.

Ma cosa sarà mai questa panacea a tutti i mali della Sicilia?

Intanto, diciamo che ZES è l’acronimo di Zone Economiche Speciali, in inglese Special Economic Zones. Esse nascono nel 1978 nella Repubblica Popolare Cinese con la cosiddetta “politica della porta aperta”.

Possono essere definite come “enclavi nel territorio dello Stato, all’interno delle quali lo Stato garantisce agli investitori ivi residenti particolari agevolazioni economiche e fiscali e condizioni amministrative e infrastrutturali adeguate”.

Le zone economiche speciali “hanno la funzione di creare un ambiente favorevole all’insediamento di imprese straniere con l’obiettivo di sviluppare particolari settori economici e industriali”.

Le imprese estere che investono all’interno delle ZES in Cina, ad esempio, ricevono “agevolazioni dal punto di vista fiscale (detassazioni, “vacanze fiscali”, contributi); sui prezzi delle materie prime ivi utilizzate ai fini industriali (acqua, elettricità ecc.) e sui canoni di affitto o sui prezzi di acquisto dei terreni o degli edifici; fornitura di infrastrutture stradali, ferroviarie, collegamenti con porti ed aeroporti a carico dei paesi ospitanti; in materia di prestiti e sovvenzioni finanziarie; nonché un costo della manodopera molto basso – anche se a volte superiore alla media dei salari corrisposti nel paese ospitante ed infine, elemento che spesso e sulle lunghe risulta essere ancora più incisivo dei salari, l’assenza di organizzazioni sindacali o comunque non autonome e conflittuali”.

In Cina, le ZES, hanno avuto la funzione di testa di ponte per far espandere in tutto il paese una politica e uno stile di vita liberista, tanto da essere state definite “laboratori del capitalismo”. Oggi, che i meccanismi e i privilegi che caratterizzavano le prime ZES sono applicati anche in tutte le altre aree, e con l’accesso dell’ex impero Celeste al WTO, esse non hanno ormai più motivo di esistere.

Le ZES le ritroviamo anche in Russia dove sono state istituite nel 2005. Come in Cina, gli investitori stranieri godono di vantaggi di carattere fiscali, doganali, immobiliari e amministrativi. Qui, sono state suddivise in quattro categorie: le zone economiche speciali industriali-produttive, quelle tecnico-innovative, le turistico-ricreative, e le zone economiche speciali portuali.

Se le agevolazioni delle ZES, come detto, sono rivolte agli stranieri, allo stesso tempo per poterne usufruire è necessario ottenere la residenza all’interno di esse.

In Russia, l’investitore straniero, ma anche quello russo, che intende acquisire lo status di residente in una ZES deve stipulare un accordo con la Federazione russa e con un ente che gestisce le zone economiche speciali. All’investitore, soggetto ad un investimento minimo d’entrata, sarà garantito il mantenimento delle condizioni agevolate, contro eventuali cambiamenti in peius della normativa, per tutta la durata dell’accordo.

Sembrerebbe che ormai in Asia le varie nazioni facciano a gara per strappare contratti alle grandi multinazionali, in cambio di tangenti, con una corsa quindi a ribasso su affitti, salari, regole lavorative e pressione fiscale.

La giornalista Naomi Klein, nel suo libro “No logo”, si è occupata delle “zone industriali di esportazione”, o “export processing zones” (EPZ) in inglese, cioè delle ZES ma territorialmente più ridotte, dove sorgono giganteschi agglomerati di fabbriche che lavorano come appaltatrici o sub-appaltatrici delle multinazionali.

L’inchiesta, in particolare, si concentra sulla EPZ di Cavite, periferia della città filippina di Rosario. Si tratta di una zona recintata di 682 acri, con 207 fabbriche che occupano circa 50.000 lavoratori, e vengono svolti lavori per Nike, Gap, Old Navy e altre grandi multinazionali.

Nonostante l’obiettivo fosse di produrre ricchezza nei paesi dove vengono stabilite le EPZ, si capisce subito che esse siano solo una copertura dal fatto che nonostante la grande quantità di merce assemblata nelle fabbriche, la città di Rosario non riesce a fornire alla sua cittadinanza nemmeno i servizi sociali minimi, quali fogne, elettricità, scuole moderne, ecc.

“Succede che arrivano enormi quantità di materiale dalle multinazionali straniere e non pagano tasse d’ingresso, vengono lavorate senza pagare oneri per i relativi guadagni, infine rispedite senza spese per l’uscita, senza contare che nemmeno per la proprietà dei capannoni vengono versati denari”.

Anche allo scadere del contratto le ditte non pagano nulla perchè chiudono e riaprono con un altro nome ricominciando a godere delle agevolazioni fiscali.

Credo che non sia un caso che ZES o EPZ siano sinonimo di progresso, sviluppo, investimenti, crescita del Pil e occupazione. Ma allo steso tempo di inquinamento, degrado degli ecosistemi locali e devastazione ambientale, oltre che di sfruttamento della manodopera.

Alla luce di quanto detto, se già l’istituzione di una qualche ZES, limitata territorialmente e circoscritta a specifici settori produttivi, dovrebbe essere motivo di preoccupazione, la proposta di rendere l’intera Sicilia una ZES, come sostiene il movimento di Massimo Costa, dovrebbe farci rabbrividire.

La proposta di Costa è emblematica della sua concezione economica e geopolitica, ma anche della sua visione concettuale, della Sicilia. Nella proposta, non a caso viene preso come esempio la prima FTZ (Free Trade Zones) – un modello simile alla ZES al cui interno le merci potevano circolare liberamente – creata da uno Stato europeo, vale a dire Madeira, piccola isola atlantica facente parte del Portogallo.

Essa, fu istituita nel 1980 a causa della posizione ultra periferica e per le particolari condizioni socio-economiche dell’isola.

La Sicilia viene ritenuta marginale e svantaggiata in quanto isola e quindi bisognosa di aiuti, sovvenzioni e defiscalizzazioni e che l’Unione Europea concede a queste aree insulari. La geografia, però, è soggettiva ed è legata al potere politico ed economico. Se la Sicilia è marginale, non lo è in quanto isola, ma perchè ha perso la sua centralità politica e i suoi abitanti hanno smarrito la visione siculocentrica di ombelico del mondo.

Inoltre, nella petizione troviamo scritto che “nessuna altra risposta unitaria è possibile, se non quella della ZES”. Quindi la ZES sarebbe un modo per evitare l’indipendenza. Menomale che si definisce indipendentista, pensate se avesse affermato di essere un unitarista.

Non credo basti dire che un giorno lontano la Sicilia dovrà essere indipendente per potere essere considerati indipendentisti, soprattutto se poi leggiamo che “la costituzione della ZES, quindi, non è – se non solo formalmente – altra cosa rispetto all’attuazione dello Statuto” e che “una volta ratificata dall’Unione Europea, rappresenta quindi una sorta di sua attuazione postuma, fortificata dal maggiore rango delle norme europee rispetto alle fonti di diritto interno”.

Mi sembra il gioco delle tre carte, e segna uno scarto non trascurabile e non omissibile tra una posizione indipendentista e una autonomista.

Al di là di questo, in realtà, c’è un’altra grossa e più importante differenza da rilevare ed è quella tra ZES e Statuto autonomo.

Come, credo, abbiamo capito, le ZES hanno lo scopo di attrarre capitali esteri al fine di produrre, assemblare e confezionare merci da esportare. Per fare ciò devono porre delle condizioni prestabilite in modo tale che l’investitore possa farsi i suoi conti e vedere se gli conviene investire. E difatti nella proposta di Siciliani Liberi queste condizioni sono già previste.

Se con lo Statuto i vari governi regionali e i parlamenti eletti dal popolo siciliano hanno, con l’art. 36, la potestà di determinare la quantità e la qualità della tassazione all’interno della Regione Siciliana, con la ZES Sicilia ciò non potrà più essere possibile in quanto già determinata. Ciò pone quindi un problema di sovranità e di democrazia.

Se come in Russia poi per ottenere le agevolazioni bisogna essere residenti nelle ZES, e solo per la durata del contratto, con una Sicilia totalmente ZES ciò significa degradare il senso di cittadinanza e di popolo siciliano.

Fare diventare la Sicilia una ZES oltre a farne, scusate il termine, una “buttana” che si prostituisce per necessità, significa creare una sorta di riserva indiana in cui gli abitanti diverranno merce e strumento ad uso e consumo del capitalismo mondiale.

FONTI

– Le zone economiche speciali in Russia

https://www.academia.edu/9620750/Le_zone_economiche_speciali_in_Russia_pp._13-14

– Investire in Russia. Guida per gli operatori italiani

http://www.ambmosca.esteri.it/ambasciata_mosca/resource/doc/2016/03/investire_in_russia.pdf

– L’attualità della Cina tra riforme economiche e nuova composizione di classe

http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=671

– Free Zone: un modello di sviluppo entro i limiti comunitari

http://www.fiscooggi.it/dal-mondo/articolo/free-zone-modello-sviluppoentro-limiti-comunitari-1

– Le zone industriali di esportazione (EPZ): le nuove forme di schiavismo

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18782

– Cina – Le Zone Economiche Speciali di Shenzhen, Xiamen e Zhuhai

http://www.plancameral.org/ishare-servlet/content/6e6b3c5c-8b40-4629-a620-c9246ca47e3b

– Le ZES sotto osservazione

http://www.agichina.it/focus/notizie/le-zone-economiche-speciali-sotto-osservazione

– Disegno di Legge d’iniziativa del Consiglio regionale della Calabria N. 894. Istituzione di una Zona Economica Speciale nel distretto logistico-industriale della Piana di Gioia Tauro

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/705440/00705440.xml

– Siciliani Liberi lancia il progetto ZES: zona economica speciale

http://www.sicilianiliberi.org/it/229-siciliani-liberi-lancia-il-progetto-zes-zona-economica-speciale.html

– Petizione per la Sicilia Zona Economica Speciale

http://www.sicilianiliberi.org/images/ZES/Petizione-ZES.pdf

 

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Cari investitori indiani, ci spiace ma siamo colonizzati – Lettera aperta al Dott. Mahesh Panchavaktra, imprenditore che vuole realizzare un hub aeroportuale nella Valle del Mela

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Cari investitori indiani, ci spiace ma siamo colonizzati.

Lettera aperta al Dott. Mahesh Panchavaktra, imprenditore che vuole realizzare un hub aeroportuale nella Valle del Mela

Sicilia, 07 gennaio 2017

Gentile Dott. Panchavaktra, lei è venuto sin dal suo lontano paese per sponsorizzare il suo progetto imprenditoriale, ma prima di partire, anzi appena si è fatto venire in mente l’idea di un hub transcontinentale in Sicilia, e in particolare nel messinese, avrebbe dovuto studiare un po’ di storia della Sicilia (non però dai libri italiani).

I due nostri paesi – il suo, l’India, e il mio, la Sicilia – hanno vissuto delle vicende per certi versi similari. Entrambi hanno una storia e una cultura plurimillenaria, ma negli ultimi secoli hanno subito la colonizzazione straniera: voi quella inglese, e noi – dopo una breve parentesi borbonica che però ha cancellato giuridicamente il nostro Stato – quella politico-economico-culturale italiana (in realtà non esiste una nazione italiana; mi sto riferendo, dunque, alla parte settentrionale dell’attuale Stato italiano).

Entrambi abbiamo lottato per liberarci da chi ci succhiava il sangue dalle vene, e lo abbiamo fatto anche nello stesso periodo, cioè durante la seconda guerra mondiale. Qui, però, le somiglianze storiche dei nostri due paesi terminano. Mentre voi siete riusciti ad ottenere l’indipendenza nel 1947, a noi, invece, è mancato il guizzo finale, riuscendo ad ottenere, nel 1946, solamente uno statuto di autonomia, concesso per giunta in malafede proprio per stroncare le spinte indipendentistiche che agitavano all’epoca, come tante altre volte in passato, l’intera Sicilia. Uno statuto nato con quelle premesse non poteva avere fortuna, e  difatti si è rivelato deleterio per noi.

Se avesse studiato  la storia si sarebbe risparmiato tempo e denaro perché avrebbe capito da sé che non è permesso investire in una colonia. Ma anche senza studiare, qualche dubbio che qualcosa non andava se lo sarebbe dovuto porre. Noi siamo la più grande isola del Mediterraneo – luogo di scambi per antonomasia – e siamo posti al suo centro geografico. Non le suona strano il fatto che fino ad oggi nessuno abbia realizzato quello che a lei è venuto in mente?

Anche i cinesi avevano avuto un’idea simile alla sua da realizzare però in provincia di Enna, ma in quel caso, a bloccare tutto, oltre ai nostri colonizzatori italiani, si sono aggiunti anche quelli statunitensi per questioni geopolitiche internazionali.

Se fossimo stati uno Stato indipendente, gentile Dott. Panchavaktra, l’hub transcontinentale ce lo saremmo costruiti da soli, tanti anni fa, e non solo per gli scambi con l’Oriente. E lo avremmo fatto pure con soldi pubblici perché le grandi infrastrutture, specie di questo tipo, sono strategiche per uno Stato. Invece, essendo la Sicilia una colonia dello Stato italiano (cioè del nord), deve sperare in un privato e anche straniero. Sia ben inteso, è il benvenuto chiunque possa e voglia aiutare questa nostra martoriata terra.

Mentre il presidente dell’Enac, Vito Riggio (anagraficamente siciliano ma che fa gli interessi italiani, un po’ come quegli indiani che lavoravano per gli inglesi), per la seconda volta, con fare stizzito, si è affrettato a bocciare il suo progetto – sostenendo che la Sicilia non ha bisogno di un altro aeroporto in quanto le nostre esigenze sono più che soddisfatte da quelli esistenti (affermazione che avrebbe fatto perdere la calma anche al suo illustre connazionale Gandhi), e che il territorio non sarebbe in grado di sostenerlo – i nostri colonizzatori, l’hub, con i soldi pubblici (e quindi anche quelli dei colonizzati siciliani), se lo sono fatti a Malpensa, in Lombardia. Hanno speso – e continuano a farlo – un sacco di soldi per fare un’opera che già in fase di concepimento si riteneva inutile e senza una logica economica, e infatti è attanagliata da continui problemi di sostenibilità finanziaria.

Nell’area dove lei, gentile Dott. Panchavaktra, vuole realizzare la sua infrastruttura, avrà sicuramente notato la presenza di una raffineria. Ecco, quello è uno dei tanti simboli della colonizzazione italiana in Sicilia, che va ad aggiungersi a ferrovie ad un solo binario e spesso non elettrificate, a strade di epoca ottocentesca e forse pure più antiche, autostrade pericolosissime, etc. etc.

Quella raffineria, così come le altre presenti in Sicilia, sono state realizzate dai nostri colonizzatori per poter usufruire di greggio gratuitamente. Per realizzare quella di Milazzo, con la scusa del progresso e dei posti di lavoro (qualche centinaio e spesso offerti a non siciliani), è stata distrutta l’agricoltura praticata nella piana milazzese e che esportava grandi quantità di ortaggi (e quella sì che creava economia locale!). Come se non bastasse quell’impianto ha creato non pochi problemi di salute agli abitanti della zona. Ma la cosa bella sa qual è? È che essa è stata realizzata preferendola alla costruzione di un aeroporto.

Credo di essermi dilungato troppo. Per concludere, gentile Dott. Panchavaktra, ci spiace ma siamo colonizzati e dunque costretti a declinare la sua offerta. Dovremmo dispiacerci maggiormente però per la nostra condizione, e quella in cui costringiamo i nostri figli, indotti, nella “migliore” delle ipotesi, ad emigrare. Le posso garantire, però, che non è solo colpa nostra. Ci si può ribellare ad una colonizzazione politica, ad una colonizzazione economica – e lo abbiamo fatto tanto volte nella nostra storia – ma di fronte ad una colonizzazione che è anche culturale non vi sono molte possibilità di salvezza.

Questo è quanto mi sentivo di dirle.

Con rispetto.

Voluntas Siculorum

(blog che diffonde il punto di vista siciliano)

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“Le banche siciliane sono state distrutte”. Parola del presidente della Fondazione Curella

giornata-economia-mezzogiorno

Foto tratta da Palermomania.it

 

“Le banche siciliane sono state distrutte, a parte la Banca Popolare Sant’Angelo e la Popolare di Ragusa, che lavorano in house, tutte le altre sono state date via, la realtà la conosciamo tutti. Quelle che abbiamo sul territorio e che riportano il nome Sicilia, di Sicilia hanno poco e niente. Speravamo che la situazione potesse cambiare e invece non è cambiato nulla. Il sistema creditizio ha bisogno di grandi, medie e piccole aziende. Oggi bisogna ripensare al credito in Sicilia per consentire al sistema delle aziende di poter continuare ad avere accesso al credito per un sostegno concreto e efficace”.

Sono queste le durissime accuse lanciate del professore Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella,  all’interno della IX edizione de Le Giornate dell’Economia del mezzogiorno tenutesi a Palermo.

Il presidente del centro di ricerche economiche dà per scontato che tutti sappiano il motivo per cui, a parte qualche caso sporadico, siamo rimasti senza banche. In realtà non è così. Buona parte delle persone ritiene che non esistano più perchè non sono riuscite a  stare al passo con i tempi, e addirittura c’è che pensa che la Sicilia non abbia mai avuto banche proprie. Non c’è da stupirsi, questo è il risultato della rappresentazione data dai mezzi d’informazione italiani. Stupisce, invece, che il prof. Busetta abbia pensato che “la situazione potesse cambiare”. Fin quando non riacquisteremo la nostra indipendenza e continueremo faremo a fare parte di uno Stato che ha distrutto le nostre banche, così come la nostra intera economia, la nostra storia e la nostra dignità, la situazione non potrà di certo cambiare.

Per chi volesse sapere come le nostre banche sono state distrutte può leggersi l’articolo “Come i siciliani persero le proprie banche“.

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Protestare contro il singolo governo italiano è limitante

Repubblica siciliana

Ancora una volta i giovani siciliani hanno assaggiato i manganelli delle forze di polizia italiane. Infatti, dopo gli studenti catanesi, oggi è toccato a quelli palermitani. In entrambe le situazioni le proteste erano indirizzate all’attuale presidente del Consiglio e alle sue politiche.

E’ risaputo, storicamtente, che la Sicilia ha sofferto quando la centralità dello Stato non si trovava nell’Isola (ad esempio a partire dall’avvento della dinastia Trastamara in poi), esprimendo, invece, tutte le proprie potenzialità quando le istituzioni statuali erano in Sicilia e le scelte politiche dei governanti erano orientate a difendere gli interessi siciliani (ad esempio, sotto le dinastie Altavilla o Hohenstaufen).

Questo non significa che anche nei periodi di maggior splendore non vi fossero situazioni di tensione o che il benessere fosse diffuso a tutto il popolo; ma d’altronde dove non è mai stato così? Prendiamo, ad esempio, oggi gli  USA, nonostante siano la maggior potenza mondiale, si riscontrano al proprio interno forti squilibri e diseguaglianze. Altrettanto si può dire dell’altra potenza in ascesa: la Cina.

Quello che manca, dunque, alla Sicilia è l’esistenza del proprio Stato e la propria centralità politica; di conseguenza ogni battaglia che i siciliani portano avanti contro le le politiche di un singolo governo straniero è effimera, limitata e limtante.

I siciliani devono, quindi, ricostituire il proprio Stato e riappropriarsi della propria centralità politica; tutto il resto è tempo perso, e si sa che il tempo è denaro, ma nel nostro caso c’è in gioco qualcosa di più grande: la sopravvivenza stessa del popolo siciliano.

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“Sicilia 2030”. Il bluff dell’Isola che non c’è, o degli ascari che invece ci sono?

Immagine tratta da blogtaormina.it

Immagine tratta da blogtaormina.it

Ho cliccato su un articolo de “LaSicilia.it” attratto dal titolo “Il bluff dell’Isola che non c’è ma 2 siciliani su 3 la adorano” ritenendo che trattasse l’argomento di come i siciliani nonostante tutto (la crisi nera economica e politica dovuta alla colonizzazione italiana e alla globalizzazione) adorino visceralmente, e direi quasi venerino religiosamente, la Sicilia.
In effetti, l’inizio segue questa narrazione sennonchè ad un tratto vengono citati tutta una serie di personaggi, una cricca di antisiciliani accuratemente selezionati dai centri di potere italiani, rinuiti a Taormina in un progetto chiamato “Sicilia 2030 – Un lavoro comune, un compito per ciascuno”.

Vengono i brividi già solo a leggere i nomi dell’organizzatore (Fondazione “De Gasperi” di Angelino Alfano) e dei relatori di questo seminario, ma ancor di più vengono nel leggere le loro proposte “in favore” della Sicilia.

Si va da un Gianpiero D’Alia secondo cui «La Sicilia ha preferito approvvigionarsi dallo Stato e recepire la legislazione, anziché fare riforme strutturali a costo zero» (peccato che sia lo Stato ad essersi incostituzionalmente “approvvigionato” dai siciliani), passando per il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, asserente che «L’autonomia è evaporata, i cambiamenti non si fanno più per legge. Anzi, all’Ars meno leggi si fanno e meglio è», senza dimenticare il sottosegretario Simona Vicari che insiste con il Ponte, a cui fa eco Nico Torrisi, vicepresidente nazionale di Federalberghi e neo-AD di Sac (Società Aeroporto Catania), secondo cui «va fatto e basta, perché arrivare in Sicilia è diventata roba da ricchi». E lo dice l’AD della Sac (Sic!).

Queste sono, dunque, alcune delle proposte italiane per la Sicilia che vengono fuori da questo seminario – definito dall’articolista “un compendio lucidissimo della Sicilia” (brrr) – questo è ciò che ci aspetta, ma questo è anche ciò che ci meritiamo?

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L’invenzione della mafia

cosa-nostra-falso

Mi sono imbattuto in questa recensione del libro “La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878” dello storico Francesco Benigno, che mi ha permesso di scoprire questo testo, pubblicato appena un anno fa, che sconoscevo.

La recensitrice ci informa che il testo tratta delle “pratiche poliziesche utilizzate per garantire l’ordine pubblico, durante il Risorgimento e la prima stagione dell’Unità italiana”.

L’autore sosterrebbe che lo “scopo principale dei governi che aspirano alla soluzione moderata del processo risorgimentale è quello di garantire la tranquillità sociale. Di fronte alla sua fondamentale importanza ogni mezzo per controllare le piazze diviene lecito. Svaniscono gli scrupoli nel servirsi di malviventi scaltri nel doppiogioco: «bisogna costruire l’ordine mediante il disordine, contrapporre sovversivi a sovversivi o, su un piano più generale, servirsi dei criminali per sorvegliare e contrastare i criminali più pericolosi»”.

Stando al commento, l’autore “è attento a cogliere le connessioni coeve con i ‘piani alti’ della politica, le sedi istituzionali, la lotta fra schieramenti, in un quadro come quello dell’unificazione e dei primi anni dell’Unità”.

Mi sembra di capire, quindi, che si confermi il principio secondo cui la “mafia” sia un prodotto dello Stato italiano o comunque esterno alla Sicilia (come  avevo scritto qualche tempo fa).

Lo storico palermitano, inoltre, mostrerebbe come “camorra e mafia sono prima di tutto delle costruzioni fittizie, realizzate da una parte dai tutori dell’ordine e dall’altra dagli scrittori” e che “uomini politici e di cultura collaborano così a forgiare un’idea destinata ad affermarsi, tanto più che essa riscuote grande successo anche tra quei delinquenti che pretende di descrivere.”

Il testo tratta il primo trentennio dello Stato italiano, ma queste torbide pratiche sembrano le stesse attuate anche successivamente arrivando ai nostri giorni.

Mi vengono in mente i recenti episodi della cosiddetta “mafia dei Nebrodi” o “dei pascoli” che hanno visto protagonista il presidente del Parco dei Nebrodi, Antoci, e nella cui vicenda si sono inseriti vari personaggi che si autodefiniscono antimafiosi, facendo di un episodio grave, ma di cui non sono ancora chiare le dinamiche (due colpi di fucile sparati su una macchina blindata) – che in altre latitudini avrebbe fatto pensare ad un gesto isolato di qualche pazzo o delinquente di basso rango – il tentativo di riaffermare che la Sicilia sia sotto il controllo mafioso e che esso sia opposto alle istituzioni italiane. Dopo qualche settimana di fango buttato a livello mediatico su persone e territori, con la richiesta anche di intervento dell’esercito, non si è saputo, e non si è fatto, più nulla.

Oppure come la riproposizione – puntuale in occasione di ogni anniversario di stragi di mafia – da parte del giornale Limes di un articolo che ci mostra – non si sa su quali basi – come la Sicilia sia divisa in vari “mandamenti” facenti tutti capo a “Cosa Nostra”, attribuendole così caratteristiche tipiche di un’organizzazione unitaria, centralizzata e gerarchica che controlla l’Isola.

Per Limes il cercare convincere le persone, e in prima istanza i siciliani, che la Sicilia sia controllata dalla “mafia” sembra una vera e propria missione a vedere dal numero di articoli dedicati a questo argomento.

Tornando al libro di Benigno, insomma, credo che valga la pena leggerlo.

Sul sito di Einadi trovate l’introduzione.

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Prima a festa d’u PD a Catania, uora chidda d’u M5S a Palermu. E chi semu in Italia?

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Stu 2016 pari essiri l’annu d’a Sicilia. Tutti i partiti italiani ca venunu cà a fari i propri festi naziunali.

Prima u Partitu Dimucraticu c’a so’ Festa di l’Unità, uora u Muvimentu a Cincu Stiddi. Ci manca sulu ca veni a Lega Nord e a cumplitammu.

Supra  a u PD c’è picca di diri, ormai i canuscemu, ni piazzaru macari u commissariu toscanu â Riggioni.

Supra a l’autri, in to 2012 quannu Beppe Grillo vinni in Sicilia, a nomi d’u M5S, dissi «La Sicilia non ha bisogno dell’Italia». Passaru mancu cinc’anni e nun sulu nun si palla chiù d’innipinnenza, ma a Palermu organizzaru l’eventu chi si ghiama “Italia a cinque stelle”.

Ma pirchì i viniti a fari cà sti festi, a tipu chi semu in italia?

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