“Le banche siciliane sono state distrutte”. Parola del presidente della Fondazione Curella

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Foto tratta da Palermomania.it

 

“Le banche siciliane sono state distrutte, a parte la Banca Popolare Sant’Angelo e la Popolare di Ragusa, che lavorano in house, tutte le altre sono state date via, la realtà la conosciamo tutti. Quelle che abbiamo sul territorio e che riportano il nome Sicilia, di Sicilia hanno poco e niente. Speravamo che la situazione potesse cambiare e invece non è cambiato nulla. Il sistema creditizio ha bisogno di grandi, medie e piccole aziende. Oggi bisogna ripensare al credito in Sicilia per consentire al sistema delle aziende di poter continuare ad avere accesso al credito per un sostegno concreto e efficace”.

Sono queste le durissime accuse lanciate del professore Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella,  all’interno della IX edizione de Le Giornate dell’Economia del mezzogiorno tenutesi a Palermo.

Il presidente del centro di ricerche economiche dà per scontato che tutti sappiano il motivo per cui, a parte qualche caso sporadico, siamo rimasti senza banche. In realtà non è così. Buona parte delle persone ritiene che non esistano più perchè non sono riuscite a  stare al passo con i tempi, e addirittura c’è che pensa che la Sicilia non abbia mai avuto banche proprie. Non c’è da stupirsi, questo è il risultato della rappresentazione data dai mezzi d’informazione italiani. Stupisce, invece, che il prof. Busetta abbia pensato che “la situazione potesse cambiare”. Fin quando non riacquisteremo la nostra indipendenza e continueremo faremo a fare parte di uno Stato che ha distrutto le nostre banche, così come la nostra intera economia, la nostra storia e la nostra dignità, la situazione non potrà di certo cambiare.

Per chi volesse sapere come le nostre banche sono state distrutte può leggersi l’articolo “Come i siciliani persero le proprie banche“.

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Protestare contro il singolo governo italiano è limitante

Repubblica siciliana

Ancora una volta i giovani siciliani hanno assaggiato i manganelli delle forze di polizia italiane. Infatti, dopo gli studenti catanesi, oggi è toccato a quelli palermitani. In entrambe le situazioni le proteste erano indirizzate all’attuale presidente del Consiglio e alle sue politiche.

E’ risaputo, storicamtente, che la Sicilia ha sofferto quando la centralità dello Stato non si trovava nell’Isola (ad esempio a partire dall’avvento della dinastia Trastamara in poi), esprimendo, invece, tutte le proprie potenzialità quando le istituzioni statuali erano in Sicilia e le scelte politiche dei governanti erano orientate a difendere gli interessi siciliani (ad esempio, sotto le dinastie Altavilla o Hohenstaufen).

Questo non significa che anche nei periodi di maggior splendore non vi fossero situazioni di tensione o che il benessere fosse diffuso a tutto il popolo; ma d’altronde dove non è mai stato così? Prendiamo, ad esempio, oggi gli  USA, nonostante siano la maggior potenza mondiale, si riscontrano al proprio interno forti squilibri e diseguaglianze. Altrettanto si può dire dell’altra potenza in ascesa: la Cina.

Quello che manca, dunque, alla Sicilia è l’esistenza del proprio Stato e la propria centralità politica; di conseguenza ogni battaglia che i siciliani portano avanti contro le le politiche di un singolo governo straniero è effimera, limitata e limtante.

I siciliani devono, quindi, ricostituire il proprio Stato e riappropriarsi della propria centralità politica; tutto il resto è tempo perso, e si sa che il tempo è denaro, ma nel nostro caso c’è in gioco qualcosa di più grande: la sopravvivenza stessa del popolo siciliano.

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“Sicilia 2030”. Il bluff dell’Isola che non c’è, o degli ascari che invece ci sono?

Immagine tratta da blogtaormina.it

Immagine tratta da blogtaormina.it

Ho cliccato su un articolo de “LaSicilia.it” attratto dal titolo “Il bluff dell’Isola che non c’è ma 2 siciliani su 3 la adorano” ritenendo che trattasse l’argomento di come i siciliani nonostante tutto (la crisi nera economica e politica dovuta alla colonizzazione italiana e alla globalizzazione) adorino visceralmente, e direi quasi venerino religiosamente, la Sicilia.
In effetti, l’inizio segue questa narrazione sennonchè ad un tratto vengono citati tutta una serie di personaggi, una cricca di antisiciliani accuratemente selezionati dai centri di potere italiani, rinuiti a Taormina in un progetto chiamato “Sicilia 2030 – Un lavoro comune, un compito per ciascuno”.

Vengono i brividi già solo a leggere i nomi dell’organizzatore (Fondazione “De Gasperi” di Angelino Alfano) e dei relatori di questo seminario, ma ancor di più vengono nel leggere le loro proposte “in favore” della Sicilia.

Si va da un Gianpiero D’Alia secondo cui «La Sicilia ha preferito approvvigionarsi dallo Stato e recepire la legislazione, anziché fare riforme strutturali a costo zero» (peccato che sia lo Stato ad essersi incostituzionalmente “approvvigionato” dai siciliani), passando per il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, asserente che «L’autonomia è evaporata, i cambiamenti non si fanno più per legge. Anzi, all’Ars meno leggi si fanno e meglio è», senza dimenticare il sottosegretario Simona Vicari che insiste con il Ponte, a cui fa eco Nico Torrisi, vicepresidente nazionale di Federalberghi e neo-AD di Sac (Società Aeroporto Catania), secondo cui «va fatto e basta, perché arrivare in Sicilia è diventata roba da ricchi». E lo dice l’AD della Sac (Sic!).

Queste sono, dunque, alcune delle proposte italiane per la Sicilia che vengono fuori da questo seminario – definito dall’articolista “un compendio lucidissimo della Sicilia” (brrr) – questo è ciò che ci aspetta, ma questo è anche ciò che ci meritiamo?

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L’invenzione della mafia

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Mi sono imbattuto in questa recensione del libro “La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878” dello storico Francesco Benigno, che mi ha permesso di scoprire questo testo, pubblicato appena un anno fa, che sconoscevo.

La recensitrice ci informa che il testo tratta delle “pratiche poliziesche utilizzate per garantire l’ordine pubblico, durante il Risorgimento e la prima stagione dell’Unità italiana”.

L’autore sosterrebbe che lo “scopo principale dei governi che aspirano alla soluzione moderata del processo risorgimentale è quello di garantire la tranquillità sociale. Di fronte alla sua fondamentale importanza ogni mezzo per controllare le piazze diviene lecito. Svaniscono gli scrupoli nel servirsi di malviventi scaltri nel doppiogioco: «bisogna costruire l’ordine mediante il disordine, contrapporre sovversivi a sovversivi o, su un piano più generale, servirsi dei criminali per sorvegliare e contrastare i criminali più pericolosi»”.

Stando al commento, l’autore “è attento a cogliere le connessioni coeve con i ‘piani alti’ della politica, le sedi istituzionali, la lotta fra schieramenti, in un quadro come quello dell’unificazione e dei primi anni dell’Unità”.

Mi sembra di capire, quindi, che si confermi il principio secondo cui la “mafia” sia un prodotto dello Stato italiano o comunque esterno alla Sicilia (come  avevo scritto qualche tempo fa).

Lo storico palermitano, inoltre, mostrerebbe come “camorra e mafia sono prima di tutto delle costruzioni fittizie, realizzate da una parte dai tutori dell’ordine e dall’altra dagli scrittori” e che “uomini politici e di cultura collaborano così a forgiare un’idea destinata ad affermarsi, tanto più che essa riscuote grande successo anche tra quei delinquenti che pretende di descrivere.”

Il testo tratta il primo trentennio dello Stato italiano, ma queste torbide pratiche sembrano le stesse attuate anche successivamente arrivando ai nostri giorni.

Mi vengono in mente i recenti episodi della cosiddetta “mafia dei Nebrodi” o “dei pascoli” che hanno visto protagonista il presidente del Parco dei Nebrodi, Antoci, e nella cui vicenda si sono inseriti vari personaggi che si autodefiniscono antimafiosi, facendo di un episodio grave, ma di cui non sono ancora chiare le dinamiche (due colpi di fucile sparati su una macchina blindata) – che in altre latitudini avrebbe fatto pensare ad un gesto isolato di qualche pazzo o delinquente di basso rango – il tentativo di riaffermare che la Sicilia sia sotto il controllo mafioso e che esso sia opposto alle istituzioni italiane. Dopo qualche settimana di fango buttato a livello mediatico su persone e territori, con la richiesta anche di intervento dell’esercito, non si è saputo, e non si è fatto, più nulla.

Oppure come la riproposizione – puntuale in occasione di ogni anniversario di stragi di mafia – da parte del giornale Limes di un articolo che ci mostra – non si sa su quali basi – come la Sicilia sia divisa in vari “mandamenti” facenti tutti capo a “Cosa Nostra”, attribuendole così caratteristiche tipiche di un’organizzazione unitaria, centralizzata e gerarchica che controlla l’Isola.

Per Limes il cercare convincere le persone, e in prima istanza i siciliani, che la Sicilia sia controllata dalla “mafia” sembra una vera e propria missione a vedere dal numero di articoli dedicati a questo argomento.

Tornando al libro di Benigno, insomma, credo che valga la pena leggerlo.

Sul sito di Einadi trovate l’introduzione.

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Prima a festa d’u PD a Catania, uora chidda d’u M5S a Palermu. E chi semu in Italia?

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Stu 2016 pari essiri l’annu d’a Sicilia. Tutti i partiti italiani ca venunu cà a fari i propri festi naziunali.

Prima u Partitu Dimucraticu c’a so’ Festa di l’Unità, uora u Muvimentu a Cincu Stiddi. Ci manca sulu ca veni a Lega Nord e a cumplitammu.

Supra  a u PD c’è picca di diri, ormai i canuscemu, ni piazzaru macari u commissariu toscanu â Riggioni.

Supra a l’autri, in to 2012 quannu Beppe Grillo vinni in Sicilia, a nomi d’u M5S, dissi «La Sicilia non ha bisogno dell’Italia». Passaru mancu cinc’anni e nun sulu nun si palla chiù d’innipinnenza, ma a Palermu organizzaru l’eventu chi si ghiama “Italia a cinque stelle”.

Ma pirchì i viniti a fari cà sti festi, a tipu chi semu in italia?

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Italia-Cina: SI! Sicilia-Cina: NO! I soliti due pesi e due misure che subiscono i siciliani

Antica via della seta
Quello di prediligere gli interessi del nord è una caratteristica delle politiche di tutti i governi italiani tanto da poter dire che trattasi di politica di Stato.

Se una cosa va bene al nord, va bene a tutto lo Stato italiano, anche se poi a una parte di essa non va affatto bene, o peggio le procura dei grossissimi danni. Vedi le multe sulle quote latte padane che paghiamo anche noi, oppure i recenti accordi per far entrare nell’UE gli agrumi nord africani, oppure quegli accordi degli anni Ottanta in cui si sacrificò, già all’epoca, la nostra produzione agrumicola per poter permettere alla Fiat di vendere i propri mezzi agricoli meccanici sempre nei paesi del nord Africa. Mi fermo, la lista sarebbe molto lunga.

Figuriamoci, quindi, se i governi italiani porterebbero avanti iniziative a favore della Sicilia che potrebbero, anche solo indirettamente, danneggiare l’economia padana o offuscarne l’innaturale vivacità indotta dalla suddetta visione politica.

Non lo farebbero nemmeno se non arrecassero nessun danno al nord, solo anche per non farci sentire importanti e alla pari. Sapete com’è, a sentirsi importanti ci si prende facilmente gusto e poi come li fermi più questi siciliani.

Qualche settimana fa il Governo italiano ha siglato un accordo con Alibaba – piattaforma cinese che conta oltre 430 milioni di consumatori – per promuovere le eccellenze agroalimentari italiane e combattere i falsi.

Nel comunicato del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, si legge:

“L’alleanza con Alibaba per contrastare la contraffazione è iniziata lo scorso anno e i numeri sono impressionanti: impedita la vendita mensile di 99mila tonnellate di falso parmigiano, 10 volte di più della produzione autentica, o di 13 milioni di bottiglie di Prosecco che non arrivava dal Veneto”.

Il Ministero cita solo prodotti del nord. Certo, per carità, nel mezzo ci sarà anche qualche prodotto siciliano a beneficiare di questa iniziativa, ma solo indirettamente.

Qualche anno fa, in visita a Bronte, dei produttori di pistacchio mi dissero che i politici italiani a Bruxelles non avevano fatto nulla per difendere la ridotta ma qualitativa produzione brontese dall’invasione massiccia e di dubbia qualità del pistacchio turco. Mentre avevano fatto i diavoli a quattro pur tutelare quella della nocciola – di cui la Sicilia è una discreta produttrice – sostenendo però che lo avevano fatto solo per tutelare la produzione piemontese. Quindi era solo una questione di convergenza di interessi. Non so se fosse realmente così, però, questa loro opinione è in linea con quanto detto sopra e ne rappresenterebbe un’ulteriore conferma.

Tornando ai rapporti con la Cina, se il sopracitato accordo è andato in porto, lo stesso non si può dire per il famoso hub aeroportuale intercontinentale che i nostri amici con gli occhi a mandorla volevano realizzare nell’ennese. Qui, oltre allo Stato italiano, a mettere il bastone tra le ruote si sono messi pure gli USA. Il primo non poteva permettersi la concorrenza al già di per sé inutile hub” di Malpensa che avrebbe, a quel punto, potuto chiudere i battenti. I secondi, ovviamente, non vogliono perdere la loro acquisita posizione di controllo dell’Isola. Proprio ora che devono attivare il MUOS, dopo tutti i miliardi di dollari spesi?

In tutto questo la Regione Siciliana ha svolto il ruolo per cui è stata creata: il fantoccio. E potrebbe essere mai diversamente con i partiti italiani che hanno invaso l’ARS, e quindi con i “nostri politici regionali” che, pur di fare carriera, eseguono gli ordini delle rispettive segreterie che non si trovano in Sicilia e che non fa gli interessi dell’Isola?

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G7 a Taormina: la grande occasione per i siciliani

G7

Sotto c’è la traduzione in italiano

Jeni’ ufficiali, u 26 e u 27 di maju d’u 2017, a Taurmina si teni u G7, u vertici di i setti Paisi chiù ricchi d’u munnu, cioè Francia, Girmania, Giappuni, Italia, Rigno Unitu, Canada e Stati Uniti.

Chista jeni ‘na ottima nutizia, dicissi chi jeni l’occasioni chi hanno li innipinnintisti siciliani pi’ dinunziari a u munnu u statu di digradu economicu e suciali in ta cui veni tinuta a Sicilia da parti d’u Statu italianu, e pi’ dichiarari la vuluntà di ricostituzioni d’u Statu sicilianu libiru,  innipinnenti e suvranu.

Mi immaginu ‘na ranni manifistazioni cu i siciliani pruvenenti di tuttu u munnu – non abbastunu sulu chiddi risidenti in Sicilia – cu banneri, slogan, gazebu infurmativi, ‘na piccca commu chiddu chi urganizzaru i catalani l’annu passatu o chiddu chi organizzavamu nui autri siciliani in ta l’anni ’40.

In basi a chiddu chi si rinesci a urganizzari si poti capiri si i siciliani sunnu all’altizza di miritarisi l’ivintuali futura innipinnenza.

ANTUDO

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E’ ufficiale, il 26 e il 27 maggio del 2017, a Taormina si svolgerà il G7, il vertice dei sette Paesi più ricchi del mondo, cioè Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti.

Questa è un ottima notizia, direi che è l’occasione che hanno gli indipendentisti siciliani per denunciare al mondo lo stato di degrado economico e sociale in cui viene tenuta la Sicilia dallo Stato italiano, e per dichiarare la volontà di ricostituzione dello Stato siciliano libero,  indipendente e sovrano.

Mi immagino una grande manifestazione con i siciliani provenienti da tutto il mondo – non basteranno solo quelli residenti in Sicilia – con bandiere, slogan, gazebo informativi, un po’ come quello che hanno organizzato i catalani lo scorso anno o quello che organizzavamo noi siciliani negli anni ’40.

In base a ciò che si riuscirà ad organizzare si capirà se i siciliani sono all’altezza di meritarsi l’eventuale futura indipendenza.

ANTUDO

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Chi inneggiava acriticamente all’Unità d’Italia e ora all’Unione Europea è contrario al referendum sulla Brexit. Casualità?

Brexit

Dopo il voto favorevole all’uscita dall’Unione Europea da parte della Gran Bretagna, sul social network dove regnano sovrani qualunquismo e superficialità, buona parte degli utenti con cittadinanza italiana hanno cominciato ad inveire contro gli inglesi. Molti si sono accaniti contro lo strumento referendario, ma lo hanno fatto solo dopo l’esito della consultazione.

A parte che a votare non sono stati solo gli inglesi ma anche scozzesi, gallesi e irlandesi del nord, bisogna dire che l’tteggiamento degli “italiani” non mi stupisce affatto in quanto essi sono privi del benchè minimo spirito critico. Ciò è dovuto al fatto che che per giustificare la propria esistenza, lo Stato italiano, ha dovuto indottrinare i cittadini, e lo stesso è avvenuto per convincerli che l’Unione europea era il futuro. Ricordate, ad esempio, il programma di Alan Friedman, su Raitre,  Maastricht-Italia?

Anche io, devo essere sincero, in genere, ho qualche dubbio sull’utilizzo del referendum, d’altronde quale fiducia si può avere in degli abulici cittadini – soprattutto i siciliani – che hanno creduto, e difeso in maniera dogmatica,  (e continuano a farlo) alla favoletta dell’Unità d’Italia e ora fanno lo stesso con quella dell’Unione Europea (che guarda caso solo proprio coloro che sostengono che non si doveva far votare il popolo per la Brexit)?

Ma in Gran Bretagna il voto non ha confermato e assecondato la posizione dell’establishment  che ha puntato su una campagna referendaria che potremmo definire terroristica bombardando mediaticamente le persone con minacce di chissà quali sconvolgimenti economici e non solo.

Quel voto è un presa di posizione contro chi ha cercato di indurli a votare in un certo modo, e quindi è veramente un voto consapevole in quanto non si è lasciato manipolare o suggestionare. E’ una presa di posizione perchè decide di intraprendere una strada diversa da quella tracciata da altri per loro, e infatti hanno deciso di riprendersi la sovranità politico-istituzionale che vale più di qualsiasi convenienza economica.

Che piaccia o meno, l’esito del referendum va rispettato. Chi non lo fa manifesta tutta la sua ignoranza e vacuità democratica. E sarà un caso che costoro sono esattamente coloro che inneggiavano acriticamente all’Unità d’Italia e ora all’Unione Europea?

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Lo sport annulla la memoria dei siciliani

tifi italia

Ci risiamo. Con l’avvio delle grandi manifestazioni sportive, in particolare quelle calcistiche, i siciliani dimenticano la situazione di grave crisi e povertà in cui versa la Sicilia, e i motivi da cui esse dipendono, dimenticando, anche, le quotidiane malefatte, le offese, le umiliazioni dello Stato italiano che puntualmente li fa imprecare contro di esso e in alcuni casi gli fa auspicare che veramente la Sicilia ritrovi la propria indipendenza.

Ad esempio, ti ricordi quando ci fu l’alluvione a Giampilieri che causò 37 vittime e nessuna Tv se ne occupò, e  la raccolta fondi tramite sms e i funerali di Stato – senza il presidente della Repubblica – si fecero solo su forte pressione del Comune? (Guarda il servizio di AmNotizie “Giampilieri, un dramma tutto siciliano“). Rammenti che nè Lega Calcio, nè la FIGC proposero il minuto di silenzio, che fu fatto, invece, solo dalle due squadre siciliane in serie A? (Qui c’è il video dello sconcerto di Ilaria D’Amico e dei suoi ospiti su Sky).

Come ti sei sentito in quei momenti, umiliato, frustrato? Oppure ti ribolliva il sangue – come quando ci fu l’altra alluvione, quella nel barcellonese – dopo aver visto il reportage del “giornalista” Francesco Merlo sulle differenze tra l’alluvione in Sicilia e quella in Liguria? (Riguardalo).

E appena sei mesi fa, su Raiuno, quando Carlo Panella disse che  gli stupri di Colonia rcordano presunte porcate «che facevano i maschi in Sicilia e che forse fanno ancora oggi», e la TV di Stato non prese alcun provvedimento, che invece prese nei confronti di Bigazzi e a tutela dei felini? Te lo ricordi di essere stato considerato al di sotto di un gatto, no?

L’affermazione di Panella ricorda molto – ma tu forse l’hai dimenticata – quella di Giuliano Amato secondo cui picchiare le donne è una tradizione siculo-pakistana.

E dobbiamo parlare della situazione infrastruttuale dell’Isola? Senza strade, senza ferrovia, aeroporti e altro, arrivando, per giunta, a dover quasi ringraziare lo Stato italiano per non togliere totalmente il traghettamento tra le due sponde dello Stretto e i treni a lunga percorrenza?

La vicenda del padiglione della Sicilia all’expo e dell’assenza dell’Isola sul sito del Ministero dei beni culturali pensato per l’Expo, Very Bello“?

E delle “salutari” scorie radioattive nascoste in Sicilia dallo Stato italiano? Magari sono utili: possono creare una mutazione genetica nei siciliani facendoli diventare più intelligenti.

Queste situazioni sono solamente alcune di quelle successe recentemente e già sono più che sufficienti per mandare a quel paese la nazionale italiana e l’intero Stato italiano.

Se poi sei un emigrato, un disoccupato, un precario, se utilizzi i penosi mezzi pubblici o se sei costretto ad utilizzare quelli privati proprio perchè quelli pubblici fanno pena, e ti piace sventolare il tricolore o la bandiera di qualche squadra di club del nord italia, beh, allora ti meriti proprio la condizione in cui vivi e vieni lasciato vivere.

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“Siciliani Liberi” non è autorizzata a ringraziare l’Espresso a nome dei siciliani

espresso

“Siciliani Liberi”,  il movimento che si autodefinisce indipendentista, ma che dalle sue uscite palesa il suo essere autonomista, è stato intervistato all’interno di un’inchiesta sul bilancio della Regione Siciliana condotta dal quotidiano L’Espresso.

Nel comunicato del movimento del prof. Costa, si esalta come chissà quale conquista il fatto che un giornalista di un giornale italiano abbia detto una qualche verità sullo statuto, ringraziando, inoltre, giornalista e testata “a nome della Sicilia pensante e ancora libera”.

A parte il fatto che il dover ringraziare un giornale – che il comunicato definisce “nazionale” (sic!) – per aver detto una verità la dice lunga sulla qualità dell’informazione e su come venga trattata la Sicilia dalla stampa italiana, e quindi dal Paese Italia, e mostra, inoltre, tutta la debolezza dell’azione dei partiti sicilianisti e la loro miope visione programmatica che ufficilamente dovrebbe portare all’indipendenza della Sicilia (e cà semu a i ‘razzi).

E poi, il ringraziare “a nome della Sicilia pensante e ancora libera” significa sia arrogarsi il diritto di parlare a nome di chi non li ha delegati, sia il ritenersi gli unici pensanti e liberi estromettendo e deleggitimando le voci discordanti.

Forse per Siciliani Liberi, una rondine fa primavera, per noi no. E la battaglia per l’indipendenza non passa certo per i “grazie” alle italiche concessioni nè, tantomeno, nel questuarle.

 

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