G7 a Taormina: la grande occasione per i siciliani

G7

Sotto c’è la traduzione in italiano

Jeni’ ufficiali, u 26 e u 27 di maju d’u 2017, a Taurmina si teni u G7, u vertici di i setti Paisi chiù ricchi d’u munnu, cioè Francia, Girmania, Giappuni, Italia, Rigno Unitu, Canada e Stati Uniti.

Chista jeni ‘na ottima nutizia, dicissi chi jeni l’occasioni chi hanno li innipinnintisti siciliani pi’ dinunziari a u munnu u statu di digradu economicu e suciali in ta cui veni tinuta a Sicilia da parti d’u Statu italianu, e pi’ dichiarari la vuluntà di ricostituzioni d’u Statu sicilianu libiru,  innipinnenti e suvranu.

Mi immaginu ‘na ranni manifistazioni cu i siciliani pruvenenti di tuttu u munnu – non abbastunu sulu chiddi risidenti in Sicilia – cu banneri, slogan, gazebu infurmativi, ‘na piccca commu chiddu chi urganizzaru i catalani l’annu passatu o chiddu chi organizzavamu nui autri siciliani in ta l’anni ’40.

In basi a chiddu chi si rinesci a urganizzari si poti capiri si i siciliani sunnu all’altizza di miritarisi l’ivintuali futura innipinnenza.

ANTUDO

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E’ ufficiale, il 26 e il 27 maggio del 2017, a Taormina si svolgerà il G7, il vertice dei sette Paesi più ricchi del mondo, cioè Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti.

Questa è un ottima notizia, direi che è l’occasione che hanno gli indipendentisti siciliani per denunciare al mondo lo stato di degrado economico e sociale in cui viene tenuta la Sicilia dallo Stato italiano, e per dichiarare la volontà di ricostituzione dello Stato siciliano libero,  indipendente e sovrano.

Mi immagino una grande manifestazione con i siciliani provenienti da tutto il mondo – non basteranno solo quelli residenti in Sicilia – con bandiere, slogan, gazebo informativi, un po’ come quello che hanno organizzato i catalani lo scorso anno o quello che organizzavamo noi siciliani negli anni ’40.

In base a ciò che si riuscirà ad organizzare si capirà se i siciliani sono all’altezza di meritarsi l’eventuale futura indipendenza.

ANTUDO

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Chi inneggiava acriticamente all’Unità d’Italia e ora all’Unione Europea è contrario al referendum sulla Brexit. Casualità?

Brexit

Dopo il voto favorevole all’uscita dall’Unione Europea da parte della Gran Bretagna, sul social network dove regnano sovrani qualunquismo e superficialità, buona parte degli utenti con cittadinanza italiana hanno cominciato ad inveire contro gli inglesi. Molti si sono accaniti contro lo strumento referendario, ma lo hanno fatto solo dopo l’esito della consultazione.

A parte che a votare non sono stati solo gli inglesi ma anche scozzesi, gallesi e irlandesi del nord, bisogna dire che l’tteggiamento degli “italiani” non mi stupisce affatto in quanto essi sono privi del benchè minimo spirito critico. Ciò è dovuto al fatto che che per giustificare la propria esistenza, lo Stato italiano, ha dovuto indottrinare i cittadini, e lo stesso è avvenuto per convincerli che l’Unione europea era il futuro. Ricordate, ad esempio, il programma di Alan Friedman, su Raitre,  Maastricht-Italia?

Anche io, devo essere sincero, in genere, ho qualche dubbio sull’utilizzo del referendum, d’altronde quale fiducia si può avere in degli abulici cittadini – soprattutto i siciliani – che hanno creduto, e difeso in maniera dogmatica,  (e continuano a farlo) alla favoletta dell’Unità d’Italia e ora fanno lo stesso con quella dell’Unione Europea (che guarda caso solo proprio coloro che sostengono che non si doveva far votare il popolo per la Brexit)?

Ma in Gran Bretagna il voto non ha confermato e assecondato la posizione dell’establishment  che ha puntato su una campagna referendaria che potremmo definire terroristica bombardando mediaticamente le persone con minacce di chissà quali sconvolgimenti economici e non solo.

Quel voto è un presa di posizione contro chi ha cercato di indurli a votare in un certo modo, e quindi è veramente un voto consapevole in quanto non si è lasciato manipolare o suggestionare. E’ una presa di posizione perchè decide di intraprendere una strada diversa da quella tracciata da altri per loro, e infatti hanno deciso di riprendersi la sovranità politico-istituzionale che vale più di qualsiasi convenienza economica.

Che piaccia o meno, l’esito del referendum va rispettato. Chi non lo fa manifesta tutta la sua ignoranza e vacuità democratica. E sarà un caso che costoro sono esattamente coloro che inneggiavano acriticamente all’Unità d’Italia e ora all’Unione Europea?

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Lo sport annulla la memoria dei siciliani

tifi italia

Ci risiamo. Con l’avvio delle grandi manifestazioni sportive, in particolare quelle calcistiche, i siciliani dimenticano la situazione di grave crisi e povertà in cui versa la Sicilia, e i motivi da cui esse dipendono, dimenticando, anche, le quotidiane malefatte, le offese, le umiliazioni dello Stato italiano che puntualmente li fa imprecare contro di esso e in alcuni casi gli fa auspicare che veramente la Sicilia ritrovi la propria indipendenza.

Ad esempio, ti ricordi quando ci fu l’alluvione a Giampilieri che causò 37 vittime e nessuna Tv se ne occupò, e  la raccolta fondi tramite sms e i funerali di Stato – senza il presidente della Repubblica – si fecero solo su forte pressione del Comune? (Guarda il servizio di AmNotizie “Giampilieri, un dramma tutto siciliano“). Rammenti che nè Lega Calcio, nè la FIGC proposero il minuto di silenzio, che fu fatto, invece, solo dalle due squadre siciliane in serie A? (Qui c’è il video dello sconcerto di Ilaria D’Amico e dei suoi ospiti su Sky).

Come ti sei sentito in quei momenti, umiliato, frustrato? Oppure ti ribolliva il sangue – come quando ci fu l’altra alluvione, quella nel barcellonese – dopo aver visto il reportage del “giornalista” Francesco Merlo sulle differenze tra l’alluvione in Sicilia e quella in Liguria? (Riguardalo).

E appena sei mesi fa, su Raiuno, quando Carlo Panella disse che  gli stupri di Colonia rcordano presunte porcate «che facevano i maschi in Sicilia e che forse fanno ancora oggi», e la TV di Stato non prese alcun provvedimento, che invece prese nei confronti di Bigazzi e a tutela dei felini? Te lo ricordi di essere stato considerato al di sotto di un gatto, no?

L’affermazione di Panella ricorda molto – ma tu forse l’hai dimenticata – quella di Giuliano Amato secondo cui picchiare le donne è una tradizione siculo-pakistana.

E dobbiamo parlare della situazione infrastruttuale dell’Isola? Senza strade, senza ferrovia, aeroporti e altro, arrivando, per giunta, a dover quasi ringraziare lo Stato italiano per non togliere totalmente il traghettamento tra le due sponde dello Stretto e i treni a lunga percorrenza?

La vicenda del padiglione della Sicilia all’expo e dell’assenza dell’Isola sul sito del Ministero dei beni culturali pensato per l’Expo, Very Bello“?

E delle “salutari” scorie radioattive nascoste in Sicilia dallo Stato italiano? Magari sono utili: possono creare una mutazione genetica nei siciliani facendoli diventare più intelligenti.

Queste situazioni sono solamente alcune di quelle successe recentemente e già sono più che sufficienti per mandare a quel paese la nazionale italiana e l’intero Stato italiano.

Se poi sei un emigrato, un disoccupato, un precario, se utilizzi i penosi mezzi pubblici o se sei costretto ad utilizzare quelli privati proprio perchè quelli pubblici fanno pena, e ti piace sventolare il tricolore o la bandiera di qualche squadra di club del nord italia, beh, allora ti meriti proprio la condizione in cui vivi e vieni lasciato vivere.

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“Siciliani Liberi” non è autorizzata a ringraziare l’Espresso a nome dei siciliani

espresso

“Siciliani Liberi”,  il movimento che si autodefinisce indipendentista, ma che dalle sue uscite palesa il suo essere autonomista, è stato intervistato all’interno di un’inchiesta sul bilancio della Regione Siciliana condotta dal quotidiano L’Espresso.

Nel comunicato del movimento del prof. Costa, si esalta come chissà quale conquista il fatto che un giornalista di un giornale italiano abbia detto una qualche verità sullo statuto, ringraziando, inoltre, giornalista e testata “a nome della Sicilia pensante e ancora libera”.

A parte il fatto che il dover ringraziare un giornale – che il comunicato definisce “nazionale” (sic!) – per aver detto una verità la dice lunga sulla qualità dell’informazione e su come venga trattata la Sicilia dalla stampa italiana, e quindi dal Paese Italia, e mostra, inoltre, tutta la debolezza dell’azione dei partiti sicilianisti e la loro miope visione programmatica che ufficilamente dovrebbe portare all’indipendenza della Sicilia (e cà semu a i ‘razzi).

E poi, il ringraziare “a nome della Sicilia pensante e ancora libera” significa sia arrogarsi il diritto di parlare a nome di chi non li ha delegati, sia il ritenersi gli unici pensanti e liberi estromettendo e deleggitimando le voci discordanti.

Forse per Siciliani Liberi, una rondine fa primavera, per noi no. E la battaglia per l’indipendenza non passa certo per i “grazie” alle italiche concessioni nè, tantomeno, nel questuarle.

 

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Mafia quale strumento di oppressione nelle mani di poteri esterni alla Sicilia

Sicilia Pugnalata!

Il post sull’antimafia ha destato un certa reazione da parte di alcuni critici. La cosa mi fa piacere perché, probabilmente per la prima volta, alcuni soggetti sono venuti a contatto con idee differenti da quelle inculcate dalla scuola, dall’università e dai media e comprendo anche la loro ritrosia nell’accettare determinati punti di vista che dovrebbero, invece, essere naturali per chi è libero da pregiudizi.

L’accusa addebitatami è di non aver spiegato perché sostengo che la mafia sia uno strumento di oppressione esterna alla Sicilia (cosa che non ho fatto solo per non appesantire il post, ma che seguendo il blog si intuisce) aggiungendo, inoltre, senza motivare a loro volta, che tale affermazione sia “un errore in sé”. E qui si manifesta il primo DOGMA.

Come se non bastasse si afferma che la conclusione dell’indipendenza, quale soluzione al problema della mafia, sia corretta sotto il profilo della logica “se non fosse che la premessa risulta falsa”. E qui si manifesta il secondo DOGMA.

Come al solito chi poggia le proprie convinzioni su idee consolidate parte dal presupposto di avere ragione e crede di essere un giudice super partes, non rendendosi conto, invece, di essere un giocatore in campo alla stregua di chi la pensa diversamente, e quindi trovo alquanto incoerente e ipocrita accusare gli altri di non argomentare e poi sentenziare, o offendere, senza alcuna argomentazione.

Fatta questa doverosa premessa, entriamo nel merito della questione.

Non mi pare di essere il primo ad accusare l’antimafia, non credo, infatti, di dover ricordare, ad esempio, il famoso e virulento articolo di Sciascia in cui si accusavano degli idoli intoccabili dell’antimafia o degli antimafiosi di ieri e di oggi. Io non accuso solo qualche antimafioso, ma anche il concetto stesso di antimafia che – come già scritto nel post in questione e quindi non è necessario soffermarmi oltre – comporta il fatto che fin quando non ci definiamo antimafiosi, siamo mafiosi.

Passando al discorso della mafia quale strumento di oppressione esterna alla Sicilia, beh, non è che ci voglia chissà quale mente acuta per arrivare a concepire un tale concetto.

Il solito Sciascia (ma lui acuto lo era) sosteneva che “se lo Stato italiano volesse davvero sconfiggere la mafia, dovrebbe suicidarsi”.

Ma proviamo a riflettere un po’, ad esempio, su quando s’incomincia a parlare di mafia in Sicilia: mi pare poco dopo l'”unità”. E mentre si denunciava la presenza di tale fenomeno lo si alimentava con le autorità di polizia che affidavano la gestione dell’ordine pubblico ad elementi criminali.

Oppure riflettiamo su quale sia il momento di massimo fulgore della mafia, che mi pare vada dalla fine degli anni ’50 agli inizi degli anni ’90 del Novecento, guarda caso il momento di massima forza dello Stato italiano con i partiti italiani (la cui testa non si trova certo in Sicilia) che detenevano veramente il potere con la loro capillare ramificazione su tutto il territorio.

Ma se mafia e Stato (italiano) fossero poteri contrapposti, all’emergere di uno non avrebbe dovuto venire meno l’altro?

Per logica direi di sì e invece il loro cammino è andato di pari passo, e infatti dopo “mani pulite” che ha sancito la fine dello Stato italiano (ancora oggi siamo in una fase di transizione verso gli Stati Uniti d’Europa) è finita pure la “mafia”.

E non mi venite a raccontare la minchiat*, non argomentata, che ora si muove sottotraccia perché nessuna persona con un po’ di sale nella zucca può credere veramente che uno Stato organizzato, e con i servizi segreti tra i più efficienti, non possa rintracciare delinquenti che vivono in un’area relativamente circoscritta.

il Generale Dalla Chiesa fu ucciso dopo appena cento giorni, lasso di tempo in cui non gli era stato dato nessun potere concreto e difatti nulla aveva potuto concretamente fare.

A voi menti raffinate, ciò, non fa venire il dubbio che forse che il suo invio in Sicilia equivaleva ad una condanna a morte per la cui esecuzione non si poteva certo ingaggiare un plotone ufficiale?

Riguardo Pio La Torre, proprio per l’anniversario della sua morte di qualche giorno fa, il figlio ha dichiarato che dietro l’omicidio non c’è solo la “mafia”.

E cosa starebbe a significare secondo voi il fatto che Borsellino sapeva e temeva di essere spiato dai servizi segreti? O che la sua agenda è sparita e non si sappia che fine abbia fatto?

Oppure che l’”introvabile” Riina è stato arrestato, appena qualche mese dopo le stragi, a Palermo, luogo da cui non si era mosso, e che il suo covo fu ripulito impedendo di recuperare tutto il materiale scottante e compromettente?

Oh, voi che siete illuminati da divina saggezza, illuminate anche questo povero stolto, ditemelo voi tutto ciò cosa significa!

Bisogna considerare, inoltre, che quello tra gli anni ’50 agli anni ’90 del Novecento è anche il periodo della Guerra Fredda e non è da scartare l’ipotesi che la “mafia” possa essere stata usata nei giochi internazionali che contrapponevano i due blocchi. La storiografia dovrebbe interrogarsi sul come mai le varie stragi non solo “mafiose”, ad esempio quella di Ustica, o l’omicidio di Mattei, si concentrino in quel periodo.

 

Ma poi cos’è questa “benedetta” mafia? Ed esiste una solo mafia?

Abbandonata l’idea culturalista, ossia la tesi secondo cui la mafia fosse un modo di essere siciliano, possiamo dire che essa sia un organizzazione criminale.

Ora sorge un’altra questione: è una organizzazione criminale come le altre o c’è qualcosa che la distingue.

Secondo l’art. 416 bis:

“L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali”.

Secondo la legge, quindi, ciò che distingue un‘organizzazione mafiosa da una qualsiasi organizzazione criminale sono le modalità di azione e i fini del loro agire.

Secondo questa definizione, quindi, la mafia non è un fenomeno prettamente siciliano potendosi manifestare in qualsiasi luogo. Però quella legge fu fatta proprio per identificare un fenomeno siciliano e approvata dopo gli omicidi di Dalla Chiesa e La Torre.

Non so, quella definizione sinceramente ha qualcosa che non mi convince.

Agli inizi dell’ultimo decennio del ‘900, diversi commercianti di un paese della costa settentrionale della Sicilia, coalizzandosi, si ribellarono alle estorsioni effettuate da un gruppo di persone di un paese vicino. Si disse che era il primo paese a ribellarsi alla mafia.

In effetti stando alla definizione della sopraindicata legge quelli erano veri e propri mafiosi. L’avvocato che li difendeva, nel processo, disse che i suoi assistiti, dopotutto, non erano come i mafiosi di Palermo o Corleone.

E aveva ragione pure lui. C’era una grossa differenza tra le due organizzazioni. La differenza stava nel fatto che quelle di Palermo e Corleone avevano protezione politica e istituzionale, mentre questi non ne avevano e infatti furono presi subito. Questo è anche il motivo per cui nel palermitano non si denunciava, mentre nell’altro caso un intero paese denunciò.

E perché gli uni avevano protezione politica e istituzionale e quegli altri no?

Il motivo bisogna ricercarlo forse nel luogo di azione. L’area nebroidea è un luogo marginale dal punto di vista economico, politico ed elettorale per la Sicilia, mentre Palermo è un punto nevralgico.

In conclusione, cari miei, il pesce puzza sempre dalla testa e la testa dello Stato italiano non è la Sicilia; senza dimenticare, inoltre, che lo stesso Stato italiano ha subito pressioni esterne soprattuto nel periodo della Guerra Fredda.

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Io sono anti antimafioso

Stato di Sicilia

Ho sempre avuto un forte fastidio nei confronti di coloro che si definiscono “antimafiosi”. Questo astio, che a volte diviene vero e proprio disprezzo, è causato dal fatto, ad esempio, che buona parte di costoro ha fatto carriera in politica o in altri settori solo per aver sbandierato il vessillo dell’antimafia e, tra l’altro, una parte di essi non ha avuto alcuna remora nell’utilizzare il nome e la vicenda del proprio familiare vittima di agguato per raggiungere tali scopi.

Oltre a questa motivazione, che potremmo definire “etica”, ve n’è un’altra: il definirsi antimafioso comporta il fatto che coloro che non si adeguano a tale definizione siano mafiosi. Fino a quando non ci definiamo antimafiosi, siamo mafiosi.

Per evitare una tale infamia dovremmo premurarci di far inserire l’aggettivo “antimafioso” nella nostra carta d’identità e di farlo inserire anche nella documentazione al momento in cui registriamo i nostri figli all’anagrafe.

Per gli antimafiosi i siciliani sono mafiosi a prescindere, sono mafiosi in quanto siciliani. E non a caso hanno proposto di inserire il concetto di ripudio della mafia nello Statuto autonomo della Regione Siciliana.

Gli antimafiosi, inoltre, ritengono che la mafia sia “Cosa Nostra” e che questa sia un’organizzazione autonoma in grado di prendere decisioni in piena autonomia.

Siccome io, invece, ritengo che la “mafia” non sia altro che uno strumento di oppressione nella mani di poteri esterni alla Sicilia, chi vuole veramente combattere la mafia deve lottare contro coloro che alimentano tale fenomeno.

Se la mafia è una delle varie forme di sfruttamento esterno della Sicilia, la soluzione non può, quindi, che essere l’indipendenza, ed essendo l’antimafia una creazione atta a giustificare l’altra creazione, la mafia, io intanto mi dichiaro anti antimafioso.

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Al mondialismo neoliberista opponiamo la sovranità dello Stato

 

Stato di Sicilia

Nell’ultimo trentennio – con accelerazione a partire dal nuovo millennio – siamo stati  spettatori di stravolgimenti politici, economici e sociali che stanno modificando il nostro modo di vivere e che ci lasciano impreparati forse anche per la velocità con cui essi avvengono e per la non comprensione della loro natura.

A livello politico-istituzionale abbiamo assistito all’esautorazione dei poteri dei Governi e dei Parlamenti e la messa in disucussione del concetto stesso di Stato.

Non possedendo più gli strumenti la politica non è in grado di risolvere i problemi e di programmare il futuro, e ad essa si è sostituita il tecnicismo frutto anche del principio antidemocratico secondo cui esiste sempre e solo una soluzione al problema o ai problemi.

A livello economico abbiamo sostituito la mano d’opera nostrana con la tecnologia, che però è prodotta altrove, e abbiamo permesso alle nostre aziende di delocalizzare in luoghi dove produrre è più conveniente, ma continuando a vendere a noi quei prodotti. Inoltre, si continua a precarizzare il lavoro dipendente e  si incentiva l’autoimprenditorialità non realizzando però le infrastrutture necessarie per la loro sopravvivenza.

A cascata i precedenti problemi si ripercuotono sulla società portando a mutamenti nella sua organizzazione e strutturazione. Si assiste allo sgretolamento di ogni forma associativa, ma ache di ogni forma di socialità.

Dopo aver liquadato i partiti con i motivi sopracitati, smaterializzato e reso virtuali i rapporti sociali, non resta che liquefare la famiglia che sotto i colpi della precarietà nel lavoro e della disoccuazione, nonché delle richieste, e in alcuni casi pretese, di omosessuali, bisessuali e transgenger, sta per andare Knock-Out.

Richiamandomi a Bauman, mi sembra palese che si stia creando una società liquida con dei cittadini globali spaesati e angosciati dalla loro solitudine.

E allora come si può intervenire contro questa forma di mondialismo di stampo neoliberista? Non certo con l’internazionalismo socialista o  la lotta di classe, bensì opponendo con forza l’idea di Stato e la sua totale sovranità e indipendenza.

Stato quale cornice e contenitore di un popolo inteso, come dice Jacque Sapir,  non come una comunità etnica o religiosa, ma  come “una comunità politica di individui riuniti che prende il suo futuro nelle proprie mani”.

In quest’ottica il popolo siciliano credo offra storicamente un ottimo esempio. Una società eterogenea composta da persone che si vedevano e venivano visti come siciliani e a cui non importava da dove venisse il proprio re o la propria classe burocratica, ciò che ineressava era il rispetto delle istituzioni dello Stato siciliano.

Un popolo che manifestava la propria voluntas siculorum – a volte riuscendoci a volte no, ma in ogni caso provandoci – contro chi voleva mettere in discussione l’esistenza della propria patria.

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Indipendentisti: vi conosco mascherine!

MaschereMi ero già occupato, tempo addietro, delle scarse qualità umane e politiche all’interno dell’indipendentismo, ma più passa il tempo e più la situazione sembra non migliorare, anzi “jemu arredi comu i curdari”.

Chi ha bazzicato in questo ambiente non avrà potuto fare a meno di ritrovarsi ad avere a che fare con  guitti, o lenoni, con opportunisti, oppure ruffiani, in ogni caso con ipocriti e incoerenti.

Si passa da chi pone a garanzia dell’intransigenza morale e politica del proprio dominus il numero di vessilli siculi posseduti in casa, a chi, senza provare alcun rossore, continua a stare in partiti italiani.

Da chi si augura che qualche leader straniero ci invada per “liberarci”, a chi da fervente autonomista, che lanciava invettive contro gli indipendentisti, fonda poi movimenti che propugnano l’indipendenza.

Da chi crea “partiti” composti solamente dal proprio nucleo familiare o i cui componenti si contano sulle dita di una mano e fanno battaglia con altri partiti della stessa condizione per difendere il vaso di “prutrusinu” sul balcone di casa (l’orticello sarebbe già gran cosa), a chi parla di indipendentismo e allo stesso tempo di “meridionalismo”,  o chi di “internazionalismo”.

Da chi ha prestato soccorso ideologico a politici trombati permettendo loro di riciclarsi in chiave autonomista, a chi riesce a parlare di libertà inneggiando a dittattori.

Da chi preferisce non esporsi pubblicamente per non inrtralciare la propria carriera lavorativa – e poi magari ergersi a guru una volta  arrivato – ai nuovi acquisti di questa allegra compagnia: coloro che rimpiangono il regno delle due sicilie decantandone presunte virtù.

Ovviamente  diversi di questi tristi comportamenti si possono ritrovare in una stessa persona.

Quello indipendentista è, dunque, un mondo variegato, con tante sfumature,  ma tutte accomunate dalla totale assenza di credibilità.

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Succursale museo egizio a Catania? Ormai l’intera Sicilia è una succursale

sicilia spremuta

Sì, va bene, apriamo una succursale del museo egizio a Catania. Nel campo museografico, questa situazione, credo sia una novità per noi.

Con tutti i reperti archeologici che possediamo – molti dei quali lasciati a marcire nei magazzini degli antiquarium o abbandonati alle intemperie nelle aree archeologiche, insieme alle stesse, per mancanza di fondi, o altri ancora sparsi per il mondo in quanto trafugati – noi abbiamo proprio bisogno di aprire una succursale del museo torinese.

Ma la proposta del sindaco della città etnea, Enzo Bianco, in effetti, rientra perfettamente nel contesto storico che sta vivendo la Sicilia. Difatti, se diamo un’occhiata agli altri settori ritroviamo situazioni simili.

Prediamo, ad esempio, il campo economico. Possiamo notare numerose  aziende divenute o nate succursali, come le raffinerie che sono di proprietà della LUKOIL, dell’ENI, della Q8, o della ESSO. Oppure le varie catene di supermercati e centri commerciali utilizzati per penetrare nel mercato siciliano distribuendo principalmente prodotti non siciliani con grave danno alla nostra economia. E non parliamo delle banche, che se le sone prese tutte.

In politica la situazione non è poi così diversa. Il parlamento siciliano, occupato dai partiti italiani, è divenuto una succursale di quello italiano recependo qualsiasi legge promulgata da quest’ultimo e annullando di fatto l’autonomia.

A livello militare, più che una succursale, ormai siamo quasi un’appendice degli Stati Uniti d’America.

Per i mezzi d’informazione, per gli studiosi e per molti cittadini ciò è del tutto normale, e dire che nei libri di storia italiani, ogni volta e per molto meno, venivamo definiti colonia.

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UE e insularità della Sicilia: svantaggio legato alla geografia fisica o politica?

L’Unione Europea ha riconosciuto l’insularità della Sicilia e sembrerebbe quindi che le basi su cui si fonda la geografia fisica non siano così solide se questo riconoscimento arriva solo ora.

Ma per l’Ue, l’insularità, porta con sè un valore semantico negativo, uno svantaggio nei confronti delle “terre ferme”.

Questo principio lo posso comprendere per alcune isole minori e/o geograficamente periferiche rispetto ai luoghi di potere o alle tratte commerciali. Ma per la Sicilia, no, non posso concepirlo.

Stiamo parlando della più grande regione, a livello geografico, dello Stato italiano e dell’isola più grande del Mediterraneo.

La centralità della Sicilia è il motivo per cui questa terra è stata storicamente ambita da tanti popoli e tanti Stati hanno tentato di sottometterla, alcuni riuscendoci, altri no.

Se siamo così geograficamente svantaggiati come mai gli americani ci utilizzano come fortezza militare con il MUOS, le varie basi e i cavi in fibra ottica per controllare l’intero Mediterraneo e il Medio-Oriente?

Siamo, inoltre, così geograficamente svantaggiati che i gasdotti dall’Africa, per raggiungere l’Europa, passano da noi. E dovrebbero farci fortemente  preoccupare i tentativi dello Stato italiano e dell’Unione Europea di bypassarci con la costruzione di altre vie quali, ad esempio, il Gasdotto Galsi (Gasdotto Algeria Sardegna Italia) e il Gasdotto Trans-Adriatico che dovrebbe collegare la Puglia con l’Albania per far giungere il gas naturale dall’area del Mar Caspio.

gasdotti limes

Giacimenti di gas e gasdotti esistenti e in costruzione nel Mediterraneo (Limes)

 

E se, ad esempio, siamo il buco nella ciambella – come si evince nella sottostante mappa in cui nessun porto siciliano è coinvolto nei grandi traffici marittimi internazionali nonostante il Canale di Sicilia sia considertato un “passaggio strategico” – allora c’è qualcosa che non va.

Traffici nel Mediterraneo Limes

Mappa dei traffici nel Mediterraneo (Limes)

Il problema, a questo punto, possiamo tranquillamente dire che non riguarda la geografia fisica, bensì quella politica.

Il nostro non essere uno Stato indipendente, e pergiunta essere una colonia dello Stato italiano, ha impedito ai siciliani di godere dei benefici del vivere in una terra strategicamente fondamentale come la Sicilia.

Sinceramente dell’elemosina dell’Unione Europea, con il suo riconoiscimento dell’insularita, me ne faccio ben poco e anzi la restituirei indietro. Io ambisco a qualcosa di più grandioso.

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